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Diverse
visioni del tempo
GIOVANNI SOLDINI “Si gioca da soli contro il mare intero: soli col passato, col presente e col futuro. Forse è meglio così.” (Bernard Moitessier)
Stavolta è andata così: alla “Transat Jacque Vabre” – la gara sulla “rotta del caffè” dalla Francia al Brasile, che correva in equipaggio con Vittorio Malingri – ha dovuto rinunciare dopo appena due giorni per un’avaria allo scafo centrale di Tim-Progetto Italia. Sono rischi calcolati di un progetto ambizioso e di una macchina complessa, e già da Dicembre Giovanni Soldini è al lavoro in cantiere per arrivare, con la barca in ordine, al prossimo appuntamento: per partecipare a “The Transat” – la transatlantica in solitario dall’Inghilterra a Boston, in partenza il 31 Maggio da Plymouth – è necessaria una prova di qualifica di 1.000 miglia prima della fine di Aprile. Cogliamo l’occasione per parlare del presente, del passato, del quotidiano e del futuro della navigazione a vela.
Molti velisti sognano di fare della propria passione una professione; ma questo implica obblighi, scadenze, minore libertà. Nel tuo libro “Nel blu” racconti di esserti dedicato alla vela perché volevi svegliarti al mattino contento di ciò che avresti dovuto fare durante la giornata: è un risultato che sei riuscito ad ottenere?La passione, trasformata in mestiere, non rischia di essere snaturata?
Il mio risultato in gran parte l’ho ottenuto, se tornassi indietro rifarei le stesse cose. Purtroppo non esiste niente di assoluto, se la passione diventa un lavoro questo comporta una serie di conseguenze. Anche chi ama la letteratura, se fa l’editor per una casa editrice, alla fine ha i libri fuori dagli occhi e non vede l’ora di poter leggere qualcosa per sé, a casa o sotto l’ombrellone: avviene per ogni mestiere che si fa per passione, ma si tratta comunque di un lavoro non finalizzato a se stesso, un lavoro che si fa perché si ha voglia di farlo.
Il tempo è una cosa soggettiva, e la sua percezione è molto diversa a seconda dello stato d’animo e delle attività che si fanno. Cosa avviene in barca, durante una regata oceanica o in una traversata in solitario? Il tempo corre o rallenta?
Il tempo è semplicemente diverso. Sicuramente non c’è così bisogno di averlo scandito come nella vita normale: bisogna solo mettersi in sintonia con la barca e con la natura. Per cui alla fine, che passi un giorno, dieci giorni, trenta o sessanta non cambia un granché.
La gestione delle ore in barca è diversa che a terra: di certo non si va a letto alle dieci per dormire otto ore consecutive. Quali sono i ritmi della vita di bordo?
Dipende; in equipaggio ci sono dei turni precisi, la vita è ben scandita: sai che per quattro ore sei responsabile di alcune cose e dopo potrai riposare. In solitario invece assolutamente no: si dorme quando si può, quando la situazione lo permette.
C’è tempo per sé, per leggere, per riflettere, o tutto viene impiegato nelle manovre, nello studio della tattica, del meteo?
Sul monoscafo la situazione è più rilassata, ma non tanto da dire: “mi leggo un libro”. Sul trimarano assolutamente no: la barca non è in grado di andare da sola per tanto tempo, ha sempre bisogno di te. Se vai a dormire, sai che la rallenti...
Cosa ti ha portato ad affrontare l’Oceano in solitario?
Volevo fare il giro del mondo in regata, e ho dovuto fare la qualifica, una traversata oceanica. È successo un po’ tutto per caso. Non era un chiodo fisso, ma in quei tempi – e anche adesso è così – era l’unica cosa possibile... Per questo tipo di regate ci sono meno regole, si tratta di barche Open e questo porta due vantaggi: il primo è che può vincere anche chi ha pochi soldi; chi può comprare solo una barca vecchia non è tagliato fuori, ma può essere competitivo, perché di solito le forme dello scafo non cambiano; magari cambia la forma del bulbo, del timone, l’albero, la vela. Ad esempio il trimarano che quest’anno sta vincendo tutto ha nove anni: è molto stilizzato, molto affidabile; da quando è stato costruito, evidentemente, nessuno ha inventato uno scafo che va il triplo. Il secondo è che si tratta di un mondo che permette di provare strade nuove: non essendoci regole, chi ha una bella idea la applica, la fa funzionare, e ha un vantaggio sugli altri; in una regata in cui ti dicono che l’albero deve pesare 430 chili e il baricentro deve essere a dieci metri dal piede, invece, non ti lasciano molto spazio per avere idee pazzesche...
Quindi la traversata in solitario è l’occasione per sperimentare, è un gioco su un terreno meno conservativo.
Esatto. Credo tutt’oggi che queste siano le barche più interessanti; infatti piano piano tutte le altre ci si stanno avvicinando. Per esempio le barche della Whitbread (la più importante regata intorno al mondo in equipaggio, oggi Volvo Ocean Race, N.d.R.), che fino a dieci anni fa erano barche IOR, alla prossima edizione saranno finalmente, quasi, barche Open: avranno la chiglia basculante, le derive davanti all’albero, l’albero in carbonio, la randa steccata, cose che qualche anno fa non erano possibili, perché ti avrebbero dato troppi minuti di rating.
Dal passato sono cambiate tante cose. Nel 1968 Bernard Moitessier stava anche settimane senza dare e avere notizie, e di rado aveva idea di dove fossero gli altri navigatori. Rifiutò di caricare a bordo una ingombrante radiotrasmittente ed affidò la comunicazione con il mondo a pellicole fotografiche e messaggi che lanciava con la fionda alle imbarcazioni di passaggio. Un regatante di oggi controlla rotta e velocità via satellite, ed è in grado di conoscere in ogni momento l’esatta posizione degli altri concorrenti. Tim ha un sistema di comunicazione satellitare che permette perfino la trasmissione a terra di immagini durante le regate...
Il mondo diventa sempre più piccolo; la facilità di comunicazione, il fatto che ogni due ore puoi conoscere la posizione di tutti è una cosa che porta a stressarsi ed estremizzare ancora di più le cose. Capisci subito se stai perdendo, se stai andando piano o se stai andando forte, ci si tira un po’ l’acceleratore gli uni con gli altri... Secondo me a volte sarebbe meglio che ognuno navigasse con i suoi ritmi.
Quanto ci si può affidare alla tecnologia? Molta gente va in crociera, ad esempio, affidandosi totalmente al Gps, senza conoscere la cartografia né essere in grado di fare un punto nave con altri mezzi, per stabilire dove si trova. Qualcuno sostiene che è superfluo avere queste conoscenze, che si tratta di mezzi ormai superati...
Ai sistemi satellitari non si può affidare la propria capacità di tornare a casa. È giusto essere liberi di usarli, ma non esserne schiavi! Perfino sul trimarano, dove i chili che imbarchiamo sono soppesati e stiamo attenti anche ai cento grammi in più o in meno, abbiamo il sestante: può succedere – a me è capitato – che il sistema satellitare venga manomesso o spento per motivi di strategia militare o per manutenzione; e se un giorno gli Americani decidono che vogliono attaccare Timbuktu e ti spengono il Gps, non puoi mica morire! Può capitare che si rompa l’apparecchio di bordo: io e Vittorio (Malingri, N.d.R.), due mesi fa, siamo rimasti senza energia perché la barca ha avuto un problema strutturale, si è formata una crepa e abbiamo mandato il motore e le batterie sott’acqua. È indispensabile saper fare la navigazione stimata, il punto col sestante, questa cultura è fondamentale: ti rende libero di fare le tue cose anche senza la tecnologia.
La tecnologia ha tolto un po’ di poesia alla navigazione?
Dipende cosa si intende per poesia: ha tolto delle cose, sicuramente, e ne ha date altre. Moitessier faceva il giro a una media di sei nodi di velocità. Il satellite quest’anno ha rilevato me e Vittorio a trentotto nodi e mezzo! Capisci, il tuo problema oggi non è fare il punto, vedere se si vede il sole, o comunicare a terra che cosa stai facendo, cosa stai pensando e dove vuoi andare; il tuo problema è... (ride) prima di tutto stare attaccato alla barca! È praticamente un aeroplano, devi tenerla insieme, fare la cosa giusta, avere una buona gestione... Sono passati trent’anni e le cose sono cambiate, ma penso che ognuno debba vivere il proprio tempo.
Tra altri trent’anni, dove sarà la vela?
Tra trent’anni sicuramente le barche non avranno quasi più niente in acqua, solo le derive e il timone. Voleranno sull’acqua, ci saranno degli scafi e dei foils (le derive degli scafi, N.d.R.) che li solleveranno... In realtà già esiste una cosa del genere, costruita dall’Aerospacial francese: un aggeggino sperimentale grande 18 metri, che vola a 5/6 metri dal mare e non ha più niente in acqua, solo il timone e i due foils. Per ora, chiaramente, ha un sacco di problemi, ma è pazzesco vederlo andare.
A questo punto viene da chiedersi: conta più chi porta la barca o conta più la tecnologia?
Purtroppo ci vuole tutto, non basta certo sapere andare in barca. D’altra parte se metti Schumacher sulla Minardi non puoi pretendere che vinca il campionato mondiale. Ci vuole la barca giusta, qualcuno che la gestisca bene e non la distrugga durante il percorso, serve che tutti abbiano fatto bene le loro cose: a partire dal progettista, dal calcolo delle strutture, fino ad arrivare a chi ci va sopra. In qualsiasi sport meccanico è così, anche nella coppa America. Anche lo skipper più bravo del mondo, se ha la barca sbagliata, non ha possibilità.
Dopo anni di regate e competizioni riesci ancora a gustarti la lentezza di una navigazione “normale”, di una crociera?
Eccome! Con i miei figli vado spesso in barca, appena posso; abbiamo fatto delle cose bellissime. Purtroppo non ho tanto tempo per andare in vacanza. Comunque mi gusto anche le navigazioni, i trasferimenti: con il trimarano la navigazione può essere piacevolissima... (ride) come può essere un inferno! In realtà anche in regata ci sono dei momenti stupendi.
Qual è la navigazione che ricordi più volentieri?
Sicuramente il pezzo che ho fatto nel Pacifico con Isabelle (Autissier, N.d.R.) è stato diverso dagli altri; eravamo in due, e abbiamo fatto anche Capo Horn: è stata una bella cosa. L’avevo fatto da solo e il fatto di farlo in compagnia mi ha divertito molto.
Continuerai con i multiscafi, ora che hai preso questa strada?
Questo non lo so... So che sui monoscafi ho fatto dieci anni della mia vita e ho vinto le regate più importanti: avevo voglia di cimentarmi con qualcosa di nuovo. È una sfida molto difficile; è difficile soprattutto portare avanti un programma multiscafo, quando sei italiano e non francese: da noi non c’è la stessa cultura. In Francia Alain Gautier, un grande campione che ha vinto regate come il Globe o il Figaro, va sui trimarani da dieci anni e ha una barca che da due anni e mezzo ha avuto solo macelli: si è cappottato, ha disalberato tre volte in due anni... Ma là nessuno si chiede dove sia finito il campione, sanno che i multiscafi sono barche molto sperimentali e necessitano di tanto tempo per essere messe a punto. In Italia, invece, quando ho fatto i primi giri del mondo in solitario e cercavo un budget presso le aziende, mi dicevano “Ma cos’è il BOC, ma chi lo ha mai sentito?” perché da noi si conoscono solo le regate più famose. Adesso, con il trimarano, ho ricominciato un po’ da capo, perché questa barca è una cosa che in Italia non si è mai vista. Bisogna spiegare tutto a tutti, e anche farla funzionare. Ormai ha quasi tre anni e noi siamo un team agguerrito e autonomo: abbiamo rifatto praticamente i tre quarti della barca. Ma è una cosa normale, lo stesso è stato fatto da qualsiasi nostro concorrente: sono barche troppo complesse per funzionare appena te le danno. Sarebbe come pretendere di comprarsi una Formula Uno dal concessionario. Certo, ho la fortuna di uno sponsor – il gruppo Telecom – che mi segue, consapevole di tutti i rischi, e pensa che sia una sfida interessante. Anche se non era la cosa più facile che potevamo inventare: se avessi fatto un altro monoscafo, e avessi vinto un altro giro del mondo, sicuramente a lui sarebbe andata meglio...
Ci suggerisci tre titoli che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un velista? Uno da leggere, uno da tenere in barca, l’altro di tecnica.
“Tamata e l’alleanza”, di Bernard Moitessier, le Effemeridi, e “Moana”, un libro che mi piace molto ed è legato alla mia infanzia: un manuale dove c’è tutta la storia di Franco Malingri, assieme a un sacco di cose utili; si spiega come fare un’antenna per la radio, come fare il punto al sestante...
C’è qualche posto dove non sei ancora stato in barca e dove ti piacerebbe navigare?
Eccome, tantissimi! Mi piacerebbe moltissimo tutto il Pacifico centrale e del nord, il Canada dalla parte del Pacifico, o anche il Madagascar... Insomma, ne avrei di idee! |
