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Diverse visioni del tempo

ANNA PROCLEMER

La "coda" nell'Ottocento e la testa nel nuovo millennio, alla ricerca del tempo del teatro e di quello della vita.

Come si fa a riassumere in poche righe la carriera di un'attrice come Anna Proclemer? Dai tempi dell'esordio sulle scene al teatro universitario di Roma (Minnie, la candida di Bontempelli, nel marzo 1942), si rischia di consumare tutto lo spazio elencando titoli: nel 1948 il Gabbiano di Cechov al Piccolo di Milano, l'anno seguente la Mirra di Alfieri a Roma, poi l'Amleto con Gassman (come Ofelia nel 1952 e come Gertrude nel 1954). Nel 1955 l'incontro con Albertaz-zi (nella Beatrice Cenci di Moravia) crea un sodalizio artistico destinato a durare per anni con opere di D'Annunzio, Ibsen, Faulkner e Camus, ma anche Pietà di novembre di Brusati e La governante di Vitaliano Brancati - che l'attrice aveva sposato a metà degli anni Quaranta. E ancora Schiller, Athayde, Genet, Verga, fino agli anni '80 con Shaw, O'Neill, Pirandello - sempre con una preferenza per il dramma che non esclude fortunate aperture verso il brillante, ad esempio con La professione della signora Warren di Shaw.
Ma se il teatro scandisce da sempre il tempo della sua vita, Anna Proclemer sa come evitare che diventi totalizzante: il suo tempo è anche quello che scorre durante un viaggio (inteso come percorso più che come arrivo), quello eterno e solido delle montagne. E, a sorpresa, persino quello digitale del computer.

di Alberto Farina

 

 

Che rapporto ha lei col tempo? Lo considera un amico o un nemico? Un alleato o un avversario?

 

Io sono abbastanza schiava del tempo. Ho una specie di ossessione della puntualità, per cui qualsiasi impegno va rispettato nrigorosamente - sia che debba uscire con altri, sia che abbia deciso di fare una cosa da sola a una certa ora. Se, ad esempio, decido che alle tre andrò a fare la spesa, passo tutto il tempo che precede quel momento controllando i vari orologi che ho in giro per casa e amministrando gli istanti che mi rimangono. Così, quando ho ancora dieci minuti ci infilo una cosa da fare, se me ne restano tre trovo lo spazio per un caffè. In questo senso pratico e quotidiano sono molto legata al tempo.

 

Non si ha l'impressione che questo faccia di lei una persona in preda all'ansia...

 

Beh, però è un comportamento leggermente ansioso. Lo vivo sempre con un po' di apprensione, perché la volta che qualcosa di imprevisto mi sballa le previsioni... Ad esempio se trovo traffico... Ho un vero orrore del ritardo, un'angoscia assoluta che mi costringe ad arrivare quasi sempre dieci minuti prima. Se per andare da qualche parte penso che ci vorrà mezz'ora parto un'ora prima - col risultato che magari arrivo troppo presto e sono costretta ad aspettare il momento giusto.

 

Pensa che queste abitudini siano legate in qualche modo alla sua professione, oppure è stata sempre così?

 

In me credo sia una cosa connaturata, una caratteristica che avrei qualsiasi professione avessi scelto - ci sono molti attori non puntuali. Anche se è vero che l'attore - soprattutto di teatro - deve essere puntuale perché si va in scena a quell'ora... però ad esempio Walter Chiari arrivava che il sipario era già alzato o non arrivava per niente! Io morirei. Di recente sono andata a Bologna per un recital: tutti sono arrivati il giorno dello spettacolo, io un giorno prima. Non credo che sia una cosa legata alla mia professione - semmai forse possiamo ricondurla alla mia origine austroungarica, c'è qualcosa di tedesco nel mio carattere.
Approfondiamo il tema della professione dell'attore. Oltre al teatro lei ha fatto anche un po' di cinema e parecchia televisione, e ovviamente la parola "tempo" ha significati ben diversi a seconda del mezzo. Al cinema il personaggio è costruito da frammenti girati separatamente, mentre nel teatro il flusso della recitazione è più vicino a quello della vita...
Il cinema come lo si fa da noi è molto diverso. So che in America ci sono registi che lavorano in un modo analogo al teatro: montano le scene, le provano per una decina di giorni e poi iniziano le riprese. Magari poi vengono cambiati molti particolari, ma la recitazione è già tutta impostata, non si fa giorno per giorno, pezzetto per pezzetto. Certi piani sequenza, certe recitazioni molto ritmate si possono fare solo avendo molto provato.
Il tempo teatrale a me piace di più perché è un arricchimento continuo. Proprio ieri provavo un mio recital - certi racconti di Savinio accompagnati dal pianoforte - e senza che ce ne accorgessimo erano passate tre ore e noi avevamo fatto una pagina e mezzo. Facevo tre righe, poi provavamo a cambiare la musica, rifare questo, riprovare e così via. e il tempo è volato. In casi come questo perdo completamente la cognizione del tempo come scansione. Quando il tempo serve per maturare un'idea, un'intuizione... Per migliorare il proprio lavoro... Non è perso.

 

Nel momento in cui si recita che cosa cambia? A quel punto le prove sono finite, lo spettacolo ha quella certa durata... Capita ancora di perdere la cognizione del tempo?

 

No, a quel punto non si perde niente, perché lo spettacolo ha un suo ritmo e una sua scansione. So benissimo dove saranno le varie entrate e uscite, le pause... E questa è una cosa che hanno anche gli animali. Io recitavo Caro bugiardo, il carteggio fra Shaw e la Campbell: la protagonista adorava i cani pechinesi. Io avevo un pechinese mio che a un certo punto entrava in scena in braccio a me. Naturalmente era buonissimo, come tutti i miei cani, e se ne stava in camerino. A un certo momento l'amministratore andava a prenderlo, me lo portava dietro la quinta e al momento giusto me lo passava. Il cane sentiva lo spettacolo attraverso l'interfonico e quindi sapeva cosa succedeva sul palcoscenico: una volta che l'amministratore ha tardato ad andare a prenderlo in camerino, il cane ha cominciato ad agitarsi e a raspare alla porta: aveva paura di fare scena vuota!

 

Nel mestiere dell'attore, l'esperienza di anni di lavoro che cosa cambia? Che cosa si guadagna?

 

Secondo me è una storia che rinasce a ogni nuova esperienza... Non si può disegnare un arco preciso. Ogni volta è come un amante nuovo, come un nuovo figlio o una nuova casa. I cambiamenti ci sono, certo, ma ogni volta è diverso. Poi è chiaro che, se si fa quello che si ama, ogni nuova esperienza arricchisce.

 


Oltre a recitare con tutto il corpo lei ha lavorato molto anche come doppiatrice...

 

Si parla di cinquant'anni fa. Io ero appena sposata e incinta, non potevo fare teatro e feci quindi molto doppiaggio. Dovevo doppiare quei filmoni di Matarazzo con Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari - Catene, quei titoli lì. Io avevo doppiato la Garbo e la Stanwyck, ma a quel punto stavo quasi per partorire e li avvertii che rischiavo di farlo lì in sala di doppiaggio. Mi fecero fare tre turni di quindici ore complessive, ogni volta cinque ore di seguito. Ho finito il 3 maggio e il 6 è nata mia figlia Antonia. È un lavoro che mi piaceva. Ho lavorato con grandi direttori del doppiaggio, Ettore Giannini, Notari, Panicali... Ma non c'è una vera differenza: anche stando dietro al leggìo il corpo esiste, vive - non è un guscio da cui esce la voce - e anche al microfono l'interpretazione esiste come qualcosa di completo.

 

Che cosa è cambiato nel teatro nel corso della sua lunga carriera? Sempre, beninteso, che un cambiamento ci sia stato...

 

Forse c'è stata una politica mirata a far partecipare di più i giovani, gli studenti. Negli anni Quaranta la frequentazione del teatro era per lo più un fatto medio-borghese. Adesso è una forma di cultura più diffusa.

 

...è la qualità del pubblico?

 

Mah, individualmente la gente è tutta meravigliosa. Quando diventa folla, la qualità si abbassa. Ma poi trovo gente che mi è fedele da quarant'anni, da sempre. Avevamo un gruppo, a Milano, che ci ha seguito fino a Mosca! Si pagavano il viaggio da sé, non hanno mai chiesto un biglietto. Noi stavamo tre mesi a Milano e capitava di chiedere a qualcuno di loro: "Ma quante volte l'hai vista questa Stuarda?" E la riposta era: "Oggi era la ventisettesima". E magari era gente non tanto ricca, che comprava i posti in piedi e poi, se al secondo tempo erano rimaste poltrone libere, si metteva a sedere. E poi c'era anche la provincia, su cui abbiamo fatto un gran lavoro: ai tempi in cui lavoravo con Gassman, ricordo che battevamo molto la piccola provincia. Adesso non posso più farlo: ora lascio che a dissodare questi terreni siano altri.

 

Con Gassman? Si trattava dunque dell'Otello, in cui fu prima Ofelia e poi la regina?



Si, facevo Ofelia il primo anno, ma non mi piaceva e al secondo feci la regina, che ho rifatto poi con Albertazzi... sempre la madre di miei coetanei: addirittura, Gassman aveva un anno di più... Giorgio (che oggi ha smesso di calarsi gli anni) ha la mia età, e ho fatto sua madre negli Spettri, nell'Edipo (che ho fatto anche con Gassman) e in Amleto. Chissà perché, non ho mai fatto Cleopatra.

 

Nella sua carriera, una curiosità è la sua partecipazione a "Nina", l'ultimo e sfortunato film di Vincent Minnelli. Il titolo originale, "A Matter of Time", si potrebbe tradurre come "Una questione di tempo"...

 

Lasciamo perdere quel film. Io adoro Minnelli perché adoro i film musicali - per me sono il massimo del cinema... Idolatro Bob Fosse, da Cabaret a All That Jazz... Anche Minnelli ha realizzato cose meravigliose, ma Nina lo fece proprio a fine carriera... L'ho fatto solo perché ero molto amica della Bergman, dato che mio marito Brancati era amico di Rossellini. Quando Ingrid venne a Roma per fare questo film mi invitò sul set per una partecipazione di qualche giorno, ma del risultato è meglio non parlare...

 

Abbandoniamo il tempo così come lo ricostruisce l'arte e parliamo di quello perenne della natura. Lei ha una vera passione per la montagna, un ambiente dove il tempo si sente in tutto un altro modo...

 

Mi è quasi difficile parlare della montagna, perché credo che sia parte del mio stesso DNA, quello che fa di me una persona forse a volte chiusa e un po' scontrosa ma che mi dà anche una grande tenacia. Camminare in montagna è una cosa seria, il passo della montagna ha una cadenza ben diversa dalla mollezza del mare. Io sono stata sportiva, da ragazzina - al punto di fare gare di sci e di pattinaggio. La montagna è una dimensione meravigliosa e l'ho sempre amata molto. Negli ultimi anni l'ho un po' trascurata per viaggiare e ho scoperto che una dimensione simile a quella della montagna, del nord, ce l'ha il suo opposto: il deserto, dal Sahara a quelli della California, il Mohave, che abbiamo girato in macchina... Questo tipo di paesaggi, la Monument Valley, le pareti rocciose entro cui scorre il fiume Colorado, mi dà la stessa emozione della montagna, perché è un paesaggio assoluto... Qualcuno potrebbe dire lo stesso del mare: ma a meno di non viaggiare in una barchetta a vela, viaggiare sul mare significa chiudersi in una sorta di albergo galleggiante. La montagna non mi rattrista mai, neanche col brutto tempo... è bella con la nebbia, d'inverno e d'estate...

 

Da alcuni anni lei è divenuta un'appassionata utilizzatrice di computer...

 

Ho una grande passione per il computer, a cui mi ha introdotta mia figlia. Io pensavo di essere negata, al punto che quando mi regalarono un'agendina elettronica la tenni lì per un anno. Il problema è che sono negata a leggere le istruzioni, ma capisco molto bene se qualcuno mi insegna: così mia figlia mi ha spiegato come funzionava l'agendina e mi ha detto che secondo lei un computer avrei saputo utilizzarlo. All'inizio degli anni Novanta ho cominciato a usare un computer su cui ancora non esisteva nemmeno Windows. Mi divertono molto le cose grafiche - in particolare scatto e stampo fotografie. Entrando nel mondo del computer ho avuto la sensazione di staccare la spina con l'Ottocento: io sono nata nel '23, quindi penso di avere la coda ancora nell'Ottocento. Il computer è stata per me una rivoluzione psichica: i primi tempi non dormivo, mi alzavo nel pieno della notte per andare a verificare qualche dubbio che mi era venuto. Esistono CD-Rom musicali che ti permettono di ascoltare Beethoven, leggere notizie su di lui, analizzare le varie sezioni dell'orchestra... mi è sembrato un tale arricchimento che mi sono detta: "Non posso ancora morire, devo giocare con queste cose".
Visto che parliamo del tempo, questa è stata per me un'esperienza epocale, che mi ha ringiovanito di colpo e mi ha portato verso il futuro. Ma non ho voluto internet, perché starei sempre lì attaccata. E invece voglio ancora avere il tempo di fare altre cose.