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Diverse visioni del tempo GIUSEPPE O. LONGO Scienziato, conferenziere,
ma anche narratore sofisticato, che gioca
Il
mondo funziona in modo strano. Può capitare di regalare a un
amico un libro scelto quasi per caso, perché nella quarta di
copertina si parla dell'Enigma - la macchina per la cifratura utilizzata
dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale - e scoprire invece un
romanzo affascinante, una sorta di thriller dell'anima, la cui narrazione
travalica spesso le regole dello spazio e del tempo e diventa l'occasione
di riflessioni profonde su una quantità imprevedibile di temi
complessi. di Alberto Farina
Al di là della vicenda narrata (di cui si occupa approfonditamente Francesco Egidi nella sua rubrica "Tempo d'autore") il suo "L'acrobata" si segnala innanzitutto per il particolarissimo stile di scrittura, in cui il tempo della frase scorre in un fluire continuo, per libere associazioni, per immagini ed evocazioni, più che per eventi successivi. Si tratta di una scelta deliberata oppure istintiva?
Non si possono dire tutte le cose allo stesso modo. Ogni cosa ha bisogno di un suo stile di rappresentazione, sia filmica che musicale o narrativa - una sorta di colore che viene spontaneo, quando devo dire o narrare qualche cosa. Quindi, il mio stile è molto diverso a seconda delle cose che scrivo. Dipende dal tema, dalla lunghezza del racconto o del dramma. Penso che al di sotto di queste differenze di colore, di tessitura, di stile si possa ravvisare qualche elemento comune: però ci sono proprio cose che, quando comincio a scriverle, esigono uno stile particolare. Prima di cominciare a scrivere "L'acrobata" c'è stata una lunga gestazione: in un certo senso, il libro esisteva già da qualche parte e avevo bisogno solamente di trovare il colore giusto che lo facesse uscire. Quando l'ho trovato, l'ho scritto in appena due mesi, lavorandoci un paio di ore al giorno.
Vorrei sapere allora quale fosse il nucleo ideativo del libro, che propone diversi temi forti - quello del dolore come motore (e forse come fine ultimo) dell'universo... Il senso della realtà ricorsiva in un protagonista, che (forse illusoriamente) scopre nella sua esistenza quasi un'estensione di quella di un uomo morto il giorno della sua nascita...
Una delle basi è stata la nozione di "Prova generale", tanto che originariamente il titolo doveva essere proprio quello. L'idea è che questo mondo sia la prova generale di un mondo vero che verrà, e rimanda al concetto di una realtà profonda, diversa da quella percepita ordinariamente... Una realtà che si rivela soltanto a tratti, per squarci e intuizioni, e però è lì, incombente. Un altro dei temi forti che erano presenti all'inizio era quello dell'Enigma, della cifratura e della "parola universale", che ovviamente mi è stato suggerito anche dai miei interessi scientifici. Ma quando io comincio a scrivere qualcosa non so mai bene dove andrò a finire: non faccio mai una scaletta, perché vi contravverrei subito. Ci sono momenti in cui mi devo fermare, fare il punto della situazione e magari sanare certe contraddizioni. Ma non è un compito essenziale: certe contraddizioni mi stanno anche bene.
La contraddizione, anche fra realtà e tempi diversi, è un po' la cifra del libro. Ci sono paragrafi in cui un personaggio trascolora in un altro in modo quasi impercettibile - al punto che a volte si è costretti a tornare indietro per capire dove si è perso il filo e di chi si sta parlando...
Esatto: un cambiamento alchemico dei personaggi, che avviene nel tempo e nello spazio. Ci sono confusioni tra diversi personaggi, ma anche tra luoghi diversi e tempi diversi, per cui la narrazione procede a volte in maniera enigmatica. È un effetto voluto, ma non nel senso in cui è voluta, ad esempio, la trama di un libro giallo: la confusione non era premeditata, ma era il racconto che mi trascinava spontaneamente in quella direzione. Solo mentre scrivevo ho pensato che il protagonista potesse essere anche quel professor Y vissuto cinquant'anni prima, o almeno condividerne alcune sensazioni anche fisiche. È come se ci fossero degli squarci nel continuum spazio/temporale, per cui si riesce a passare da un universo all'altro attraverso i Ponti di Schwarzschild, un'ipotesi ammessa dalla teoria della relatività generale...
Possiamo chiarire un momento di che si tratta?
È un'ipotesi scientifica molto precisa. Se due masse molto grandi - diciamo due universi - si avvicinano abbastanza, la curvatura dello spazio/tempo si modifica localmente e può generare estroflessioni che collegano i due universi. Li si chiama "Ponti di Einstein" o "Ponti di Schwarz- schild" e ho scelto quest'ultima definizione perché mi è parsa più consona all'atmosfera mitteleuropea del libro. Naturalmente nessuno li ha mai visti, ma rientrano bene nel quadro narrativo, perché danno un fondamento epistemologico a questa trasmigrazione tempo/spaziale - che in certi momenti viene vista addirittura come metempsicosi.
Tutto il libro è impregnato però di soggettività. Si arriva a parlare della malattia come di un desiderio inconscio eppure volontario di annullamento... Il protagonista è immerso nei suoi pensieri e nelle sue osservazioni e anche il tempo sembra più un elemento interiore che qualcosa che esiste al di fuori.
Parlare del tempo è ovviamente difficilissimo, ma possiamo esaminarne due possibili concezioni. Se prendiamo un orologio, esiste un tempo indicato dalle sue lancette, nel suo fluire ciclico e ripetitivo: è un tempo che si riavvolge continuamente su se stesso. Ma c'è anche un altro tempo, che non è segnato dall'orologio bensì sull'orologio - dalle scalfitture, dalla polvere che vi si posa. È il Tempo con la T maiuscola, quello che lascia i segni, quello in cui sfociano tutti i piccoli tempi segnati dai nostri orologi, inclusi quelli biologici. A questo punto, il problema insolubile è il rapporto fra questi tempi piccoli e il grande Tempo - a cui si rischia di dare un valore assoluto che la Teoria della Relatività ci nega. Eppure, noi siamo portati a creare una metafisica del Tempo con la T maiuscola, che è un'idea difficile da scalfire. È un'idea metafisica, non fisica.
Nel libro a un certo punto si ha un paragone confortante dell'uomo con il pendolo o con la pioggia - in questo caso quindi un tempo con la T minuscola, tutto sommato rassicurante.
È un tempo tranquillizzante perché non sfugge. In qualche modo, ritornando su se stesso ricrea le condizioni per cui uno può ricominciare.
Però Tommaso, amico del protagonista, gli fa del tempo un ritratto molto meno rassicurante: perché ti chiude le porte alle spalle, ti costringe in un destino e non in molti, in una donna e non in tante. Una visione molto umana del tempo come irreversibilità.
Qui emergono altre due
visioni del tempo: quello reversibile e quello irreversibile. Il primo
è quello degli orologi: quando ci alziamo la mattina abbiamo
davanti a noi una giornata che, nella scansione temporale, è
identica a tutte le altre. Però quella giornata non è
la giornata precedente - e allora si mescolano la struttura temporale
della giornata (che è reversibile, identica a tutte le altre)
col fatto che ogni giornata è successiva alle altre. La reversibilità
del tempo è contemplata dalla fisica: lo stesso Einstein, di
fronte alla morte dell'amico Besso, scrisse alla vedova qualcosa come:
"Per noi che crediamo nella fisica, la nozione del passato e del
futuro è una pura illusione".
Nel libro si solleva anche il problema del ritardo inevitabile nella nostra percezione della realtà, che è quindi inconoscibile in modo diretto...
Il mondo che percepiamo è sempre un po' più vecchio di quello che effettivamente ci circonda in un dato momento. Il mondo così com'è non potremo mai coglierlo, se non con un attimo di ritardo.
Sembra una versione impercettibile del ritardo con cui vediamo la luce degli astri o di galassie lontane...
Dato che la luce impiega un determinato tempo a giungere ai nostri occhi, noi non possiamo che vedere immagini emesse alcuni secoli o millenni or sono, a seconda della distanza. Per questo, tutta la nostra immagine dell'universo è un'immagine non soltanto ritardata, ma ritardata differenzialmente, a seconda della distanza alla quale sono collocate le galassie. Le galassie più lontane le vediamo molto più "giovani" di quelle più vicine.
Esatto. Ma mentre nel caso delle galassie la differenza è dovuta al fatto che la luce ci mette un certo tempo a propagarsi, il ritardo nella percezione si deve al fatto che i segnali che forniscono la percezione si propagano nel sistema nervoso con una velocità molto più bassa - non sono segnali elettrici, bensì elettrochimici.
Questo discorso ci porta direttamente a un tema classico della fantascienza letteraria da qualche tempo tornato di moda - parlo della relatività del reale, della coesistenza di più livelli di realtà. A cosa crede che sia dovuto il nuovo interesse per l'argomento?
Il fatto è che noi non sappiamo bene che cosa sia la realtà - e non per nulla il concetto di realtà è stato al centro di dibattito fin dagli inizi della storia della filosofia. Oggi, poi un, ulteriore parametro che ci confonde è quello della virtualità. Nel momento in cui, mediante le macchine, riusciamo a creare la realtà virtuale, abbiamo un mondo che una sua realtà ce l'ha - in quanto lo percepiamo e ci possiamo navigare dentro, ricevendone stimoli analoghi se non identici a quelli del mondo reale. Si rafforza allora l'idea che la realtà sia un prodotto della nostra interazione con la realtà. Il concetto di realtà in sé, come già aveva intuito Kant, è irraggiungibile: la filtriamo sempre con un apparato percettivo, neurosensoriale - ma anche intellettuale e razionale - che la trasforma in quello che percepiamo. È l'interazione fra noi e la realtà a produrre quello che noi chiamiamo "Realtà".
...E quindi il fatto che questa interazione avvenga attraverso i nostri sensi oppure mediante un terminale elettronico diventa una questione di hardware, non di sostanza.
Esattamente. È come se fra noi e la realtà ci fosse un filtro. Questo filtro può essere il nostro corpo, con tutto il suo corredo di neurotrasmettitori, recettori, il cervello e la capacità di associazione... Oppure il corpo più un ulteriore filtro, ossia la macchina informatica. L'aggiunta di questo filtro ulteriore non modifica nella sostanza il concetto di realtà.
Il tempo ha un ruolo così importante anche in altri suoi lavori narrativi?
In epigrafe al mio saggio
Il simbionte - Prove di umanità futura (Edizioni Meltemi, n.d.r.),
c'è una frase attribuita a Isadora Duncan: "Se sapessi dirlo,
non avrei bisogno di danzarlo". È una denuncia dei limiti
di qualsiasi linguaggio.
Ho tenuto per ultima la domanda che in genere inizia questa serie di interviste. Abbiamo parlato di molti modi in cui si può concepire il tempo e a questo punto vorrei sapere quale sia il suo rapporto personale con esso. E se sia rispecchiato, magari, in quello di qualcuno dei suoi personaggi.
In questi ultimi tempi
prevale in me la sensazione di essere via via spossessato del mio tempo.
È come se il mondo circostante se ne volesse prendere un pezzettino
alla volta, sempre più spesso, fino a darmi la sensazione angosciosa
di non averne più. Tutte le macchine che ci erano state presentate
come strumenti capaci di farci risparmiare il tempo, in realtà
ce lo portano via. La posta elettronica, per esempio, è micidiale:
siamo costretti (una costrizione autoimposta dal superego informatico
che ci stiamo coltivando dentro) a passare almeno un paio di ore al
giorno a leggere e rispondere ai messaggi. Più lo facciamo e
più diventiamo schiavi di questo meccanismo, utilissimo ma anche
perverso. E poi c'è la frammentazione della vita moderna, che
si manifesta nella miriade di ruoli che ciascuno di noi ricopre, nella
miriade di attività, rapporti e comunicazioni... Il nostro tempo
viene polverizzato in atomi temporali, ciascuno dei quali esige un minimo
di attenzione e di impegno, ma che nel loro insieme non ricostituiscono
più il nostro tempo. Per me è ormai difficilissimo ritrovare
una mia immagine del tempo - e quindi di me stesso. Ovviamente si tratta
anche di un fatto fisiologico, perché più s'invecchia
più la sensazione soggettiva del tempo cambia e diventa più
accelerata. Ma è anche un fatto esterno dovuto alla pressione
enorme che il mondo esercita su ciascuno di noi. |
