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Diverse visioni del tempo

GIUSEPPE O. LONGO

Scienziato, conferenziere, ma anche narratore sofisticato, che gioca
acrobaticamente con le parole. Una conversazione con Giuseppe O. Longo, che parte dalla macchina cifratrice Enigma per decrittare il nostro rapporto con il tempo e con la realtà che ci circonda.

Il mondo funziona in modo strano. Può capitare di regalare a un amico un libro scelto quasi per caso, perché nella quarta di copertina si parla dell'Enigma - la macchina per la cifratura utilizzata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale - e scoprire invece un romanzo affascinante, una sorta di thriller dell'anima, la cui narrazione travalica spesso le regole dello spazio e del tempo e diventa l'occasione di riflessioni profonde su una quantità imprevedibile di temi complessi.
Fra questi temi c'è anche quello del tempo, di come lo concepiamo e dei modi in cui la fisica ne ha rifondato alcune fondamenta. E allora, si fa qualche ricerca e si scopre che l'autore è prima uno scienziato che un narratore: ha svolto ricerche sulla teoria delle reti, sulla teoria dei codici algebrici e sulla teoria dell'informazione e ha pubblicato articoli e saggi specialistici in Italia e all'estero. Poi si è scoperto una felicissima vena narrativa e ha aperto un nuovo fronte professionale, pubblicando racconti e romanzi e perfino firmando un ciclo di commedie e drammi radiofonici mandati in onda dalla RAI nel 1998.
Titolare, fra l'altro, della cattedra di Teoria dell'Informazione alla Facoltà d'Ingegneria Elettronica dell'Università di Trieste, Giuseppe O. Longo ha accettato di fare una chiacchierata telefonica partendo dagli argomenti suggeriti dal suo romanzo "L'acrobata" (Einaudi, 1994): ne è venuta fuori una conversazione densa di significati, in cui il tempo è solo uno degli argomenti.
E il libro non è che il punto di partenza.

di Alberto Farina

 

 

Al di là della vicenda narrata (di cui si occupa approfonditamente Francesco Egidi nella sua rubrica "Tempo d'autore") il suo "L'acrobata" si segnala innanzitutto per il particolarissimo stile di scrittura, in cui il tempo della frase scorre in un fluire continuo, per libere associazioni, per immagini ed evocazioni, più che per eventi successivi. Si tratta di una scelta deliberata oppure istintiva?

 

Non si possono dire tutte le cose allo stesso modo. Ogni cosa ha bisogno di un suo stile di rappresentazione, sia filmica che musicale o narrativa - una sorta di colore che viene spontaneo, quando devo dire o narrare qualche cosa. Quindi, il mio stile è molto diverso a seconda delle cose che scrivo. Dipende dal tema, dalla lunghezza del racconto o del dramma. Penso che al di sotto di queste differenze di colore, di tessitura, di stile si possa ravvisare qualche elemento comune: però ci sono proprio cose che, quando comincio a scriverle, esigono uno stile particolare. Prima di cominciare a scrivere "L'acrobata" c'è stata una lunga gestazione: in un certo senso, il libro esisteva già da qualche parte e avevo bisogno solamente di trovare il colore giusto che lo facesse uscire. Quando l'ho trovato, l'ho scritto in appena due mesi, lavorandoci un paio di ore al giorno.

 

Vorrei sapere allora quale fosse il nucleo ideativo del libro, che propone diversi temi forti - quello del dolore come motore (e forse come fine ultimo) dell'universo... Il senso della realtà ricorsiva in un protagonista, che (forse illusoriamente) scopre nella sua esistenza quasi un'estensione di quella di un uomo morto il giorno della sua nascita...

 

Una delle basi è stata la nozione di "Prova generale", tanto che originariamente il titolo doveva essere proprio quello. L'idea è che questo mondo sia la prova generale di un mondo vero che verrà, e rimanda al concetto di una realtà profonda, diversa da quella percepita ordinariamente... Una realtà che si rivela soltanto a tratti, per squarci e intuizioni, e però è lì, incombente. Un altro dei temi forti che erano presenti all'inizio era quello dell'Enigma, della cifratura e della "parola universale", che ovviamente mi è stato suggerito anche dai miei interessi scientifici. Ma quando io comincio a scrivere qualcosa non so mai bene dove andrò a finire: non faccio mai una scaletta, perché vi contravverrei subito. Ci sono momenti in cui mi devo fermare, fare il punto della situazione e magari sanare certe contraddizioni. Ma non è un compito essenziale: certe contraddizioni mi stanno anche bene.

 

La contraddizione, anche fra realtà e tempi diversi, è un po' la cifra del libro. Ci sono paragrafi in cui un personaggio trascolora in un altro in modo quasi impercettibile - al punto che a volte si è costretti a tornare indietro per capire dove si è perso il filo e di chi si sta parlando...

 

Esatto: un cambiamento alchemico dei personaggi, che avviene nel tempo e nello spazio. Ci sono confusioni tra diversi personaggi, ma anche tra luoghi diversi e tempi diversi, per cui la narrazione procede a volte in maniera enigmatica. È un effetto voluto, ma non nel senso in cui è voluta, ad esempio, la trama di un libro giallo: la confusione non era premeditata, ma era il racconto che mi trascinava spontaneamente in quella direzione. Solo mentre scrivevo ho pensato che il protagonista potesse essere anche quel professor Y vissuto cinquant'anni prima, o almeno condividerne alcune sensazioni anche fisiche. È come se ci fossero degli squarci nel continuum spazio/temporale, per cui si riesce a passare da un universo all'altro attraverso i Ponti di Schwarzschild, un'ipotesi ammessa dalla teoria della relatività generale...

 

Possiamo chiarire un momento di che si tratta?

 

È un'ipotesi scientifica molto precisa. Se due masse molto grandi - diciamo due universi - si avvicinano abbastanza, la curvatura dello spazio/tempo si modifica localmente e può generare estroflessioni che collegano i due universi. Li si chiama "Ponti di Einstein" o "Ponti di Schwarz- schild" e ho scelto quest'ultima definizione perché mi è parsa più consona all'atmosfera mitteleuropea del libro. Naturalmente nessuno li ha mai visti, ma rientrano bene nel quadro narrativo, perché danno un fondamento epistemologico a questa trasmigrazione tempo/spaziale - che in certi momenti viene vista addirittura come metempsicosi.

 

Tutto il libro è impregnato però di soggettività. Si arriva a parlare della malattia come di un desiderio inconscio eppure volontario di annullamento... Il protagonista è immerso nei suoi pensieri e nelle sue osservazioni e anche il tempo sembra più un elemento interiore che qualcosa che esiste al di fuori.

 

Parlare del tempo è ovviamente difficilissimo, ma possiamo esaminarne due possibili concezioni. Se prendiamo un orologio, esiste un tempo indicato dalle sue lancette, nel suo fluire ciclico e ripetitivo: è un tempo che si riavvolge continuamente su se stesso. Ma c'è anche un altro tempo, che non è segnato dall'orologio bensì sull'orologio - dalle scalfitture, dalla polvere che vi si posa. È il Tempo con la T maiuscola, quello che lascia i segni, quello in cui sfociano tutti i piccoli tempi segnati dai nostri orologi, inclusi quelli biologici. A questo punto, il problema insolubile è il rapporto fra questi tempi piccoli e il grande Tempo - a cui si rischia di dare un valore assoluto che la Teoria della Relatività ci nega. Eppure, noi siamo portati a creare una metafisica del Tempo con la T maiuscola, che è un'idea difficile da scalfire. È un'idea metafisica, non fisica.

 

Nel libro a un certo punto si ha un paragone confortante dell'uomo con il pendolo o con la pioggia - in questo caso quindi un tempo con la T minuscola, tutto sommato rassicurante.

 

È un tempo tranquillizzante perché non sfugge. In qualche modo, ritornando su se stesso ricrea le condizioni per cui uno può ricominciare.

 

Però Tommaso, amico del protagonista, gli fa del tempo un ritratto molto meno rassicurante: perché ti chiude le porte alle spalle, ti costringe in un destino e non in molti, in una donna e non in tante. Una visione molto umana del tempo come irreversibilità.

 

Qui emergono altre due visioni del tempo: quello reversibile e quello irreversibile. Il primo è quello degli orologi: quando ci alziamo la mattina abbiamo davanti a noi una giornata che, nella scansione temporale, è identica a tutte le altre. Però quella giornata non è la giornata precedente - e allora si mescolano la struttura temporale della giornata (che è reversibile, identica a tutte le altre) col fatto che ogni giornata è successiva alle altre. La reversibilità del tempo è contemplata dalla fisica: lo stesso Einstein, di fronte alla morte dell'amico Besso, scrisse alla vedova qualcosa come: "Per noi che crediamo nella fisica, la nozione del passato e del futuro è una pura illusione".
Anche di fronte agli eventi ultimi e irreversibili il fisico si aggrappava tenacemente all'idea di un tempo reversibile. Ma noi esseri umani apprendiamo dalla nostra esperienza esistenziale che il tempo è irreversibile: cresciamo, invecchiamo, le persone che amiamo prima o poi se ne vanno...

 

Nel libro si solleva anche il problema del ritardo inevitabile nella nostra percezione della realtà, che è quindi inconoscibile in modo diretto...

 

Il mondo che percepiamo è sempre un po' più vecchio di quello che effettivamente ci circonda in un dato momento. Il mondo così com'è non potremo mai coglierlo, se non con un attimo di ritardo.

 

Sembra una versione impercettibile del ritardo con cui vediamo la luce degli astri o di galassie lontane...

 

Dato che la luce impiega un determinato tempo a giungere ai nostri occhi, noi non possiamo che vedere immagini emesse alcuni secoli o millenni or sono, a seconda della distanza. Per questo, tutta la nostra immagine dell'universo è un'immagine non soltanto ritardata, ma ritardata differenzialmente, a seconda della distanza alla quale sono collocate le galassie. Le galassie più lontane le vediamo molto più "giovani" di quelle più vicine.



Potremmo parlare di una pur infinitesimale differenzialità temporale nella nostra percezione del mondo? Il nostro occhio vede probabilmente più in fretta di quanto non possa "vedere" il nostro tatto...

 

Esatto. Ma mentre nel caso delle galassie la differenza è dovuta al fatto che la luce ci mette un certo tempo a propagarsi, il ritardo nella percezione si deve al fatto che i segnali che forniscono la percezione si propagano nel sistema nervoso con una velocità molto più bassa - non sono segnali elettrici, bensì elettrochimici.

 

Questo discorso ci porta direttamente a un tema classico della fantascienza letteraria da qualche tempo tornato di moda - parlo della relatività del reale, della coesistenza di più livelli di realtà. A cosa crede che sia dovuto il nuovo interesse per l'argomento?

 

Il fatto è che noi non sappiamo bene che cosa sia la realtà - e non per nulla il concetto di realtà è stato al centro di dibattito fin dagli inizi della storia della filosofia. Oggi, poi un, ulteriore parametro che ci confonde è quello della virtualità. Nel momento in cui, mediante le macchine, riusciamo a creare la realtà virtuale, abbiamo un mondo che una sua realtà ce l'ha - in quanto lo percepiamo e ci possiamo navigare dentro, ricevendone stimoli analoghi se non identici a quelli del mondo reale. Si rafforza allora l'idea che la realtà sia un prodotto della nostra interazione con la realtà. Il concetto di realtà in sé, come già aveva intuito Kant, è irraggiungibile: la filtriamo sempre con un apparato percettivo, neurosensoriale - ma anche intellettuale e razionale - che la trasforma in quello che percepiamo. È l'interazione fra noi e la realtà a produrre quello che noi chiamiamo "Realtà".

 

...E quindi il fatto che questa interazione avvenga attraverso i nostri sensi oppure mediante un terminale elettronico diventa una questione di hardware, non di sostanza.

 

Esattamente. È come se fra noi e la realtà ci fosse un filtro. Questo filtro può essere il nostro corpo, con tutto il suo corredo di neurotrasmettitori, recettori, il cervello e la capacità di associazione... Oppure il corpo più un ulteriore filtro, ossia la macchina informatica. L'aggiunta di questo filtro ulteriore non modifica nella sostanza il concetto di realtà.

 

Il tempo ha un ruolo così importante anche in altri suoi lavori narrativi?



In un mio romanzo precedente, che si chiama Di alcune orme sopra la neve, un giovane ricercatore viene assunto in un centro di fisica. Gli viene data una mappa, e lui si accorge che è sbagliata perché invece di guidarlo attraverso il centro lo fa smarrire. Va quindi a chiedere spiegazioni all'amministratore: e nel momento in cui dice "La mappa che mi avete dato secondo me è sbagliata", si rende conto di aver messo in moto un meccanismo causale e temporale. È come se avesse acceso una bomba a orologeria, un meccanismo che ora non si può più fermare. Infatti la reazione dell'amministratore assume un certo tono, il giovane fisico risponde in un certo modo... E tutto questo nasce dalla sua decisione iniziale. Se io adesso le dicessi una cosa enorme, che le facesse un'impressione incredibile, in grado di mettere in moto la sua capacità immaginativa e spingerla magari a compiere certe azioni bizzarre, io avrei messo in moto un meccanismo.
Nel mio ultimo libro, Prove di città desolata (edizioni Mobydick, n.d.r.), c'è un racconto che si chiama I sogni viventi in cui ci sono molte cornici di realtà e molte cornici temporali. C'è un uomo che ha subito in passato la perdita della moglie: la va cercando e si ritrova a essere una creatura virtuale all'interno di un sistema informatico. Ci sono degli altri uomini che all'esterno di questo sistema informatico giocano con il computer e quindi con la vita di quest'uomo - il quale vede apparire e sparire degli universi, intravede la moglie, ricorda certe cose e poi improvvisamente, cambiando il programma, non le ricorda più o ne ricorda delle altre. E tutto si svolge in un continuo travalicamento di cornici spazio/temporali.



Come mai uno scienziato a un certo punto diventa narratore?

 

In epigrafe al mio saggio Il simbionte - Prove di umanità futura (Edizioni Meltemi, n.d.r.), c'è una frase attribuita a Isadora Duncan: "Se sapessi dirlo, non avrei bisogno di danzarlo". È una denuncia dei limiti di qualsiasi linguaggio.
Possiamo accettarli e limitarci a dire quello che si può dire con quel linguaggio, oppure possiamo trasgredirli - e allora dobbiamo probabilmente ricorrere a un altro linguaggio. Con la scienza io sono riuscito a dire certe cose. Ma sono cose che a un certo punto della mia vita hanno smesso di interessarmi in modo così passionale ed esclusivo. Siccome con la scienza le cose che cominciavano a interessarmi non si potevano dire, sono stato costretto a cercare un altro modo. Ho cominciato a narrare e non mi sono più fermato.

 

Ho tenuto per ultima la domanda che in genere inizia questa serie di interviste. Abbiamo parlato di molti modi in cui si può concepire il tempo e a questo punto vorrei sapere quale sia il suo rapporto personale con esso. E se sia rispecchiato, magari, in quello di qualcuno dei suoi personaggi.

 

In questi ultimi tempi prevale in me la sensazione di essere via via spossessato del mio tempo. È come se il mondo circostante se ne volesse prendere un pezzettino alla volta, sempre più spesso, fino a darmi la sensazione angosciosa di non averne più. Tutte le macchine che ci erano state presentate come strumenti capaci di farci risparmiare il tempo, in realtà ce lo portano via. La posta elettronica, per esempio, è micidiale: siamo costretti (una costrizione autoimposta dal superego informatico che ci stiamo coltivando dentro) a passare almeno un paio di ore al giorno a leggere e rispondere ai messaggi. Più lo facciamo e più diventiamo schiavi di questo meccanismo, utilissimo ma anche perverso. E poi c'è la frammentazione della vita moderna, che si manifesta nella miriade di ruoli che ciascuno di noi ricopre, nella miriade di attività, rapporti e comunicazioni... Il nostro tempo viene polverizzato in atomi temporali, ciascuno dei quali esige un minimo di attenzione e di impegno, ma che nel loro insieme non ricostituiscono più il nostro tempo. Per me è ormai difficilissimo ritrovare una mia immagine del tempo - e quindi di me stesso. Ovviamente si tratta anche di un fatto fisiologico, perché più s'invecchia più la sensazione soggettiva del tempo cambia e diventa più accelerata. Ma è anche un fatto esterno dovuto alla pressione enorme che il mondo esercita su ciascuno di noi.
Io ricordo con feroce nostalgia i lunghi pomeriggi dell'infanzia, quando riuscivo a leggere tutto un libro, ricordo quando per giornate intere potevo dedicarmi a qualche attività gratuita e gratificante.