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Diverse visioni del tempo

PAOLO PORTOGHESI

"Sono del parere che l'architettura debba avere una certa durata: non può resistere cinquant'anni per poi disgregarsi. Nel passato sfidava l'eternità, oggi invece assistiamo all'espressione di un'epoca incerta che non ha saputo dare permanenza; tanto che a volte non è nemmeno possibile recuperare, ma solo abbattere e ricostruire."

Architetto, storico e critico, Paolo Portoghesi calca le scene dell'architettura dal 1958. Dalle sue ricerche sono nate pubblicazioni che spaziano dall'arte rinascimentale e barocca al Liberty e all'architettura contemporanea, dalla sua creatività opere anche molto complesse, che cercano il dialogo con il paesaggio e il respiro dei luoghi. Di queste, la più conosciuta è probabilmente la Moschea, con il Centro Culturale Islamico di Roma. Ha insegnato Storia della critica e Storia dell'architettura, è stato Preside di facoltà al Politecnico di Milano, Direttore e poi Presidente della Biennale di Venezia, autore di saggi e direttore di riviste. Dialoghi con Paolo Portoghesi, sul tempo e sull'architettura.

di Flavia Farina

 

 

Passato, presente e futuro: un giudizio è maturo solo a posteriori, ma possiamo fare delle valutazioni sull'architettura di oggi e delle ipotesi su quella di domani. A che punto siamo, e quale futuro l'aspetta?

 

C'è una grande euforia nel campo dell'architettura, un'euforia nella quale sembra che l'unico problema sia esprimere se stessi. Anche se viviamo in un momento di grossa crisi della città, il 90% delle cose che si vedono - costruite, ma anche solo pubblicate - non sono altro che espressioni solipsistiche dell'artista. Manca completamente la lezione morale di un'architettura alleata delle risorse che si hanno a disposizione, di un costruire che sia ecocompatibile: invece è questo il futuro.
A volte si dimentica che l'arte, in architettura, ha una grande responsabilità e che l'opera architettonica non è pittura, non è un quadro che si può decidere di non appendere e non guardare.

 

Cosa scandisce il tempo di un'opera architettonica, dal concepimento alla nascita, dall'idea alla consegna?

 

Alla base deve esserci un'idea molto semplice, che si possa raccontare in poche parole; questo nucleo dovrà svilupparsi, ma in quell'idea c'è già tutto: è un insieme di possibilità che la nostra fantasia deve poi gestire. Da questa fase germinale - frutto di individualità - si passa alla fase di elaborazione, al confronto delle idee con contributi che vengono da altre parti. Quindi alla fase costruttiva, che può svilupparsi in modo armonioso, ma anche essere un momento fortemente conflittuale. Cosa che può dipendere anche dall'idea di partenza.

 

Continuiamo il parallelismo fino alla morte dell'opera. In molte città europee capita che si demoliscano interi quartieri per fare spazio ad architetture nuove. È giusto eliminare opere del passato per fare spazio a quelle di oggi?

 

Credo che sia giusto; l'umanità ha sempre fatto così. Oggi però, in Italia, abbiamo grossi problemi nella sostituzione delle cellule che compongono una città. C'è il culto dei beni culturali e la tutela è un fatto molto complesso. Uno dei maggiori difetti della civiltà del nostro Paese è una grossa difficoltà nel distinguere il bello e nel prendere certe decisioni; una differenza, rispetto agli altri Paesi, giustificata dalla straordinaria ricchezza di quello che abbiamo, che però rischia di diventare una forma quasi feticistica: abbiamo finito per trovarci a combattere battaglie anche per opere insignificanti. È vero che l'architettura è parte di un insieme, di un paesaggio, e quindi a volte è giusto tutelare non solo i monumenti ma anche le opere minori. Ma la città ha bisogno di continui cambiamenti: io sono favorevole alla sostituzione.

 

Prendiamo Roma: cosa sarebbe disposto a sacrificare?

 

Molta parte della periferia, dove ci sono zone assolutamente prive di qualità. Accanto a quartieri che hanno avuto un valore, come Prati o Piazza Bologna, non è difficile identificare aree di tessuto urbano veramente malato: nel quartiere Tuscolano, per esempio, ci sono zone con una densità abitativa assurda, forme urbane patologiche, neoplasie per le quali l'asportazione sarebbe quanto di più logico.

 

Eppure a volte questo principio ha portato a risultati devastanti; prendiamo l'esempio di Les Halles, a Parigi: uno splendido mercato in stile liberty, completamente raso al suolo in nome della modernità e sostituito da un centro commerciale sotterraneo, tutt'altro che memorabile. Come conciliare l'esigenza del nuovo con la conservazione e con la memoria?



Quello di Les Halles è stato sicuramente un errore. Ci sono ragioni che hanno dettato lo spostamento dei mercati generali in quasi tutte le città; ma questo era anche un mercato al minuto, era un centro importante della città, con una sua dignità architettonica: lo chiamavano "Il tempio di Parigi".
Il mercato di Roma, però, è invece un esempio tipico di quanto dicevamo prima: non varrebbe assolutamente la pena di conservarlo, gli studi, le fotografie, sono più che sufficienti; è perfino troppo ingombrante la memoria stampata. Fu espressione di un periodo di sottosviluppo ed è difficile trovare una ragione per mantenerlo, eppure il parere, in proposito, è stato quasi unanime.
Viviamo in una sorta di crisi di identità. Sono dell'idea, per esempio, che sarebbe meglio conservare - bene - il 30% delle tante vecchie fabbriche che abbiamo, piuttosto che tenerle tutte, ma in pessime condizioni.

 

Tuttavia, sembra che qualcosa si stia muovendo: nella capitale, negli ultimi anni, sono stati varati molti progetti importanti.

 

Paradossalmente la rinascita dell'architettura romana è in mano ad interventi stranieri; sembra quasi un'operazione dall'alto, un po' artificiosa. Ben vengano gli stranieri, ma non si può cambiare una città con un'iniezione; e poi, saranno in grado di esprimere l'eredità della nostra cultura? I maestri che hanno lavorato dal dopoguerra fino agli anni '80 hanno costruito qualcosa che dovrebbe essere un punto di partenza; hanno un timbro comune nella ricerca di un nuovo rapporto tra tradizione e storia, nell'aver combattuto una battaglia per un'architettura moderna cercando allo stesso tempo di costruire un'identità italiana.

 

A proposito di stranieri a Roma, cosa pensa del discusso progetto di Meier per la teca dell'Ara Pacis?

 

Penso che si tratti di un episodio infelice; la scelta della persona meno adatta, per un progetto del quale alla fine verrà realizzata solo una parte. Mentre la chiesa di Meier è un progetto molto interessante, l'edificio progettato per l'Ara Pacis è completamente sbagliato rispetto al luogo su cui sorgerà e ne sostituisce un altro che sotto certi aspetti è migliore. Gli scavi preventivi hanno toccato in gran parte un manufatto presente sotto il suolo: l'antico porto della città. Lo si dovrebbe conoscere dall'interno, e impostare il progetto in modo radicalmente diverso. Meier, invece, non ha "vissuto" questo ambiente così delicato.
L'influenza, nella progettazione di un'opera, proviene soprattutto dal paesaggio, che si può ignorare o col quale si può cercare un colloquio. L'uso della storia attuale è molto diverso da quello ottocentesco: è soprattutto una sensibilità verso il luogo.

 

Lei è anche storico dell'arte; svolge, quindi, l'attività di ricerca accanto a quella di progettazione: risentono molto l'una dell'altra? È influenzato, nella progettazione, dalla storia e dal passato dell'architettura?

 

Direi di sì. Soltanto nei primi anni della mia attività di ricerca, questa aveva una sua autonomia, poi è stata improntata alle cose che intendevo progettare, né penso che sia una colpa: più o meno tutti gli architetti guardano alla storia, cercano di approfondirla.
Ognuno ha bisogno di interpretare il passato: il presente dura un attimo, il futuro è da venire, in fondo è proprio con il passato che dobbiamo fare i conti.

 

Che differenza c'è
tra l'espressione del passato, del classico, nel neoclassicismo (tra '700 e '800) e oggi?

 

Il neoclassicismo fu soprattutto l'adozione di un linguaggio che era ripreso dall'antichità classica, ma filtrato dalla visione illuminista: da questo è scaturita un'invenzione. Oggi, invece, abbiamo scoperto che si può essere classici anche nella modernità, che il classicismo può essere non solo fatto da colonne e timpani ma anche da equilibri, armonie e rispetto verso i secoli passati. Nel moderno si trova una tradizione matura, nel passato facciamo scoperte sempre nuove, vedendolo sempre sotto una nuova luce.

 

L'inserimento - oggi - di elementi classici nell'architettura, è un modo per far rivivere il passato, una citazione, un omaggio all'antichità, o la semplice espressione di un'eredità che ci appartiene?

 

Un po' tutte queste cose. Certo, una citazione a freddo è solo ostentazione di cultura, ma se all'interno di un proprio discorso si trova la necessità di fare uso di parole che vengono dal passato, si ha tutto il diritto di usarle.

 

A quale opera è più legato, e perché?

 

Sono sempre molto legato alla Casa Baldi, la mia prima esperienza libera; poi a una delle ultime cose che ho fatto: una scala, a Treviso, nel complesso dell'università; un'opera del passato e un'opera recentissima, che in comune hanno la ricerca del legame con la natura.

 

Com'è il suo tempo personale?

 

È un tempo misurato da ore, minuti secondi... da minuti che sembrano ore e ore che sembrano secondi. L'uomo può essere passivo o attivo nel suo rapporto con il tempo.
C'è un tempo molto interessante, quello psicologico, che è soggetto ai nostri arbitri: possiamo comprimerlo, dilatarlo, influenzarlo in parte con le vicende della nostra vita e in parte con la volontà...