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Diverse visioni del tempo

FERNANDO AIUTI

In prima linea nella ricerca sull'AIDS.

Sono quarantaduemilioni le persone al mondo colpite dall'AIDS. Il virus si sta diffondendo sempre più, anche in Paesi finora sfuggiti alla "peste del secolo" e per la prima volta, quest'anno, il numero delle infezioni nelle donne è divenuto pari a quello negli uomini. La giornata mondiale dell'AIDS, celebrata il primo Dicembre scorso, ha visto la partecipazione di milioni di persone in tutto il mondo, che hanno aderito con cortei, manifestazioni, preghiere e iniziative per affermare i diritti dei malati. In Italia i casi conclamati sono inferiori rispetto alla media mondiale, ma aumentano i sieropositivi: grazie alle cure, infatti, la mortalità è diminuita, ma cresce comunque la diffusione di una malattia terribile, contro la quale spesso paura e ignoranza impediscono di creare un fronte comune, ma portano all'emarginazione di chi la contrae.
Nella lotta contro l'AIDS, si è da sempre schierato il Prof. Fernando Aiuti, docente di immunologia all'Università La Sapienza di Roma e presidente dell'ANLAIDS. Nel nostro incontro nel suo studio al Policlinico Umberto I, dove quotidianamente svolge la sua attività medica e di ricerca, abbiamo parlato dell'importanza del tempo nel prevenire e nel curare le malattie e dello stato attuale della ricerca in Italia.

di Simonetta Suzzi

 

 

Qual è la situazione attuale per quanto riguarda la ricerca in campo allergologico-immunologico nel nostro Paese?

 

Negli ultimi 20 anni la ricerca ha fatto degli enormi progressi. Durante gli anni '70/'80, l'Italia ha investito abbastanza bene in questo campo. Adesso purtroppo non è più così, perché ci sono meno fondi. Comunque finora l'Italia è stata fra i primi 6/7 Paesi al mondo come produttività scientifica e l'immunologia è stata una scienza di punta nell'ambito della medicina (i lavori italiani di immunologia, ad esempio, sono stati fra i più citati al mondo). Il bilancio è dunque positivo.
L'immunologia è una scienza interdisciplinare e quindi chi investe in questo campo può applicare i risultati anche a altri settori della medicina: oggi molti farmaci su base immunologica servono per curare anche altre malattie.
Attraverso le tecniche e le ricerche immunologiche c'è stato un grosso progresso anche nelle altre discipline affini, come l'oncologia, l'ematologia, la neurologia, la gerontologia, la gastroenterologia, senza parlare poi delle malattie infettive. Quindi è un bilancio positivo, sia a livello di ricerca pura che di ricerca applicata, con progressi enormi nel campo delle vaccinazioni, della terapia delle malattie allergiche e immunologiche.

 

A proposito di ricerca e di produttività scientifica, perché in Italia i finanziamenti in questo settore sono i più bassi dei Paesi sviluppati e i ricercatori sono i meno pagati d'Europa? Cosa comporterà questa situazione nel lungo termine?

 

Per essere precisi l'Italia investe nella ricerca il 50% di quello che investono gli altri Paesi. Questo è dovuto innanzitutto al fatto che i politici tendono a concentrare le risorse laddove c'è un ritorno immediato: in una legislatura che dura al massimo cinque anni, si pensa che è meglio investire in un ponte o in un'autostrada, in qualcosa di concreto, piuttosto che nella ricerca, che non ha un ritorno "concreto" per l'immagine del governo. Il ricercatore fa una scoperta importante sulla terapia genica, magari su una malattia rara che interessa al massimo 10 persone in Italia, esce sui giornali per 48 ore, mai poi finisce lì. Non c'è grande fiducia nei ricercatori italiani, in parte perché in passato - parlo di circa quaranta/cinquanta anni fa - la ricerca era gestita male, in parte perché molti ricercatori italiani tendono ad andare all'estero. Bisognerebbe allora cercare di richiamarli in Italia. Ovviamente, la maggior parte va via solo perché all'estero gli stipendi sono maggiori; ma c'è anche una minoranza che espatria per avere maggiori opportunità scientifiche. Io dico allora di premiare quei ricercatori italiani che sono andati all'estero e poi sono tornati in Italia per potenziare la ricerca nel nostro Paese, anche accettando di essere pagati in modo nettamente inferiore rispetto, ad esempio, a quelli americani. E' una dichiarazione provocatoria, che non ho mai fatto a nessun giornale: molti dei ricercatori che sono andati all'estero lo hanno fatto perché erano pagati di più. Per me è un fatto mercenario. Allora cerchiamo di far star meglio quelli che rimangono, perché se non aumentiamo gli stipendi ai ricercatori che stanno in Italia, quelli emigrati all'estero non torneranno e secondo me fanno bene. Io sono stato all'estero varie volte anche per lunghi periodi; poi sono tornato in Italia, anche perché mi hanno dato una posizione.

 

Sono anni che è impegnato nella lotta contro l'AIDS. I primi casi risalgono all'inizio degli anni '80. In venti anni questa malattia si è diffusa sempre più rapidamente. Quanto conta il tempo nell'evoluzione di una malattia?

 

Il primo caso è stato scoperto nel 1981. Qui il tempo è importante. Negli anni '80 l'AIDS si sviluppava dopo dieci anni dall'infezione ed entro due anni le persone morivano. Oggi, grazie ai farmaci, non c'è più questa scadenza inesorabile alla sopravvivenza di un malato. Il tempo è diventato indefinito. Poi il tempo è importante perché i malati hanno delle scadenze nei controlli: durante la giornata la terapia deve essere fatta esattamente ad ore stabilite, generalmente tre volte al giorno ogni otto ore, oppure ogni dodici ore, e lì non si può sbagliare. Il timer dell'orologio per segnalare che il paziente deve prendere la pillola è molto importante.
Tutta la vita media dei farmaci è misurata in ore e minuti: un farmaco viene dato ogni otto ore perché alla scadenza dell'ottava ora non c'è più il limite sufficiente perché sia efficace contro il virus. I minuti, le ore di sopravvivenza di un farmaco sono fondamentali. Facciamo un esempio al contrario: una persona che si punge con sangue infetto o che ha un rapporto occasionale non protetto con un soggetto a rischio, deve prendere la compressa per evitare l'infezione (si parla in questo caso di prevenzione dell'infezione) e ha le ore contate per prendere il farmaco, che sono al massimo sei.

 

Ci sono stati tantissimi allarmismi a proposito di questa malattia. Lei ha insistito sul fatto che non esistono rischi di trasmissione del virus attraverso il bacio, dimostrandolo pubblicamente anni fa, baciando una ragazza sieropositiva. Perché c'è così tanta disinformazione?

 

L'infezione può essere trasmessa attraverso trasfusioni di sangue infetto, trapianti, o scambio di siringhe infette, o attraverso i rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali. Non c'è nessun rischio di contrarre il virus con una stretta di mano, un bacio, in piscina o al ristorante. Di campagne ne sono state fatte tante e bisognerà continuare a farne. Tra poche settimane ci sarà una nuova campagna di informazione, della quale io non sono affatto soddisfatto perché non dà dei messaggi molto chiari...

 

Lei ha giustamente criticato l'opuscolo informativo sulla prevenzione dell'Aids e di altre malattie sessualmente trasmesse rivolto agli studenti italiani, che era stato promosso dal Ministero della Salute e dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica. Come crede che debba essere divulgato il concetto di prevenzione fra i giovani?

 

Sono passati sei mesi da quando si è parlato di quell'opuscolo e non se ne è saputo più niente. Bisogna dare ai giovani dei messaggi chiari su quello che è l'AIDS, su come si prende e come si evita. Non si possono fare imposizioni su base etico-moralista, perché i giovani non le accettano. Comunque, non bastano gli opuscoli, ci vuole un intervento delle famiglie, degli educatori e dei medici, sulla base di pubblicazioni divulgative che siano chiare, che dicano soprattutto come si evita, per non dare un messaggio parziale e fuorviante.
Il nostro è uno Stato laico e non deve subire nessuna imposizione da organi religiosi, come la proibizione da parte della Chiesa di nominare il preservativo. Questa è sempre stata la mia posizione. Forse è per questo che non ho fatto una grande carriera politica. Ma non me ne importa niente. Nella ricerca non ci possono essere dei limiti invalicabili; ci devono essere sì delle regole fondamentali, ma non ci possono essere interferenze da parte della religione. Possono certamente essere coinvolti lo Stato o considerazioni etiche, ma che non blocchino la ricerca scientifica applicata a fin di bene.
Anche io sono contro la clonazione umana, ma non sono però contrario alla clonazione di animali, perché può essere un dato sperimentale. Per esempio, il non utilizzo degli embrioni congelati è sbagliato, perché potrebbero essere utilizzati per fare delle cellule che diano luogo ad organi che possono servire per curare malattie gravi come la sclerosi multipla, l'epatite, le malattie genetiche, i tumori, l'AIDS e via dicendo. Sono contrario a queste limitazioni, anche perché se andiamo avanti così saremo scavalcati da tutti gli altri Paesi. Avremo migliaia di persone che dovranno andare a curarsi all'estero, utilizzando i derivati delle cellule embrionali, oppure dovremo importare prodotti derivati dalle cellule embrionali con un costo enorme.

 

Parlando di diffusione di epidemie (che siano di semplice influenza o più gravi, come adesso la SARS), quali sono gli errori più grossolani commessi dai mezzi di comunicazione nel gestire l'informazione sanitaria?

 

Non dobbiamo colpevolizzare i mass-media, perché generalmente scrivono e parlano di cose che sono diffuse dagli scienziati. L'allarme l'ha diffuso l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, n.d.r.) sulla base di notizie che venivano dalla Cina. Il fatto di avere chiuso parzialmente le frontiere in Cina e di aver lanciato avvertimenti a non viaggiare, ha creato il panico. Forse l'errore degli scienziati è stato di aver detto le cose vere senza dire quelle che non erano sicure. Non si possono lanciare notizie dicendo che il virus si trova anche nei banconi di laboratorio, che si può ritrovare negli oggetti o nelle merci, senza specificare come si trasmette. Il virus si trasmette per via aerea, sicuramente anche con le mani sporche, ma non attraverso gli alimenti o per il fatto che una persona ha toccato la sedia di un aereo proveniente dalla Cina; questo non è stato dimostrato. Quindi il messaggio doveva specificare che il contagio può avvenire direttamente da una persona infetta, attraverso l'aria o gli oggetti contaminati.
I giornali riportano la notizia che il virus sopravvive sette giorni all'ambiente. Ma che significa? In ogni caso l'ambiente non è certamente in grado di trasmettere l'infezione.
Creare il panico dicendo che gli alimenti che provengono dalla Cina sono infetti, che non si deve più andare a una fiera dove c'è un Cinese, è sbagliato. La colpa in questo caso non è dei mass-media, ma degli scienziati che hanno dato queste notizie senza commentarle, a volte anche volutamente, per richiamare l'attenzione.

 

Per il momento in Italia sono stati registrati solo pochi casi. Bastano le misure messe già in campo?

 

Sì, sono sufficienti. L'allarme era per il sistema sanitario, per i medici e gli scienziati, non per le persone, nel senso che se in futuro ci fosse un'epidemia, potremo essere pronti. Al momento non c'è nessun allarme per la popolazione, perché i casi sono tutti di importazione diretta. Andava specificato questo. Le specifiche e le dichiarazioni devono essere date subito, immediatamente, non dopo anche due soli giorni, quando il panico si è già diffuso.

 

Lei crede che siamo ancora lontani dal vaccino?

 

Io penso che il vaccino non ci sarà prima di uno o due anni. Bisognerà aspettare i prossimi due mesi per poter dire se l'epidemia in Cina sarà stata controllata.

 

Torniamo all'argomento principale della nostra intervista: qual è il suo rapporto con il tempo?

 

Abbastanza equilibrato. Nel lavoro riesco abbastanza bene a programmarmi. Ovviamente mi manca il tempo per quella che è la parte più importante della vita, la famiglia, gli hobby o la cultura, che non sia quella limitata al vero e proprio lavoro, alla ricerca o alla didattica. Io, ad esempio, devo confessare che leggo pochissimi libri, se non quelli relativi alla mia professione; ma solo per mancanza di tempo. Ho dovuto anche limitare il numero di ore da dedicare alla famiglia, specialmente quando i miei figli erano piccoli, e questo è un mio rimpianto. La maggior parte del mio tempo l'ho sempre dedicata al lavoro. Per una persona che deve lavorare dalle 6.30 di mattina fino alle 8 di sera, e delle volte anche dopo cena, il tempo è importante.

 

Quali sono stati i momenti più importanti della sua vita?

 

Dal punto di vista affettivo, fra i momenti positivi ci sono sicuramente il matrimonio e la nascita dei figli; fra quelli negativi, la perdita dei genitori. Dal punto di vista del lavoro, i momenti più importanti sono stati il raggiungimento dell'apice della carriera, oltre ad altri successi, come essere diventato direttore della scuola di specializzazione e l'avere raggiunto una notorietà nazionale e internazionale. Però il mio punto fermo rimane il fatto di essere diventato professore di ruolo della materia che volevo.

 

Se potesse tornare indietro nel tempo, ci sono cose che non rifarebbe?

 

Nessuna. Non ho rimpianti. Non cambierei né la mia professione, né la carriera che ho fatto. Non penso di avere fatto errori di cui oggi mi sarei potuto pentire. Se rinascessi rifarei esattamente le stesse cose. Il mio lavoro non mi stanca mai, non è mai ripetitivo: come medico, perché ho sempre pazienti diversi, come ricercatore, perché è sempre una scoperta. Ho avuto inoltre l'opportunità di girare il mondo e di confrontarmi con colleghi di tutte le nazionalità. E questo è interessante sia sul piano scientifico che umano. Ho più amici all'estero che in Italia. Potrei quasi dire una battuta cattiva: ho meno nemici all'estero che in Italia.