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EDITORIALE

S.I.H.H. e Basel 2003

Dopodomani, 2 Aprile 2003, una decina di persone dello staff Argò si imbarcherà su un volo Swiss per raggiungere Basilea. L'appuntamento è con la più importante mostra di orologeria del mondo, la cui credibilità è senza dubbio aumentata negli ultimi anni, sia grazie ad un grande lavoro di svecchiamento e ristrutturazione, che al rinnovato impegno di molte Case la cui presenza a Basilea è sempre stata molto importante per l'immagine e il "funzionamento" della manifestazione. Prime fra tutte, Rolex e Patek Philippe. Negli anni, sono cresciute poi diverse realtà in grado di richiamare un interesse internazionale di tutto rispetto, ed altre si sono aggiunte che non avevano mai partecipato direttamente: un eclatante esempio per tutti, da quest'anno, il Gruppo Bulgari. Non che la "concorrente" mostra S.I.H.H. di Ginevra, grazie alla presenza di molti marchi di primissimo piano, non meriti comunque la massima attenzione. E infatti una parte della redazione, durante lo svolgimento di Basel 2003, si trasferirà al S.I.H.H. per raccogliere tutte le informazioni che contano di prima mano.


L'atmosfera nella quale viviamo i giorni immediatamente precedenti la nostra tradizionale trasferta di primavera sono carichi di tensione. L'intervento USA in Iraq non sembrerebbe propiziare nel miglior modo possibile l'avvio della pubblicazione della nostra prima rivista in lingua araba (AsSaa: l'Orologio per i Paesi del Golfo). Noi, invece, ci ostiniamo a considerare questa nostra esperienza un piccolissimo contributo ad un mondo più ragionevole: noi con il modo arabo non solo non ci litighiamo, ma anzi lavoriamo insieme in un'atmosfera di cordialità, fiducia e rispetto reciproco che in trent'anni di attività editoriale (anche limitandomi a ricordi esclusivamente italiani) ho incontrato molto di rado. A onor del vero, la mia esperienza in questo campo per ora si ferma ad una Casa Editrice libanese, e mi dicono che gli abitanti di quel Paese siano fra i più abituati ad interagire con l'Italia, ma ciò non toglie che la mia opinione sulla possibilità di lavorare insieme avendo come riferimento valori ampiamente condivisibili, almeno per ora, è delle migliori in assoluto. Ciò detto, non vorrei che nessuno dei lettori de l'Orologio mi fraintendesse. Non pretendo certo di mettere sullo stesso piano la nostra piccola esperienza odierna con quella fatta loro malgrado dagli Stati Uniti d'America l'11 Settembre 2001, né penso minimamente di intervenire nelle discussioni in atto fra gli esponenti di massimo livello, di tutte le correnti politiche e di tutte le religioni, sulle problematiche sollevate dalle azioni intraprese da Bin Laden e le relative ben differenziate reazioni internazionali.
L'unico appunto che mi sentirei di fare, riguarda la pretesa degli Stati Uniti di essere accolti in Iraq come liberatori in grado di offrire anche agli Iracheni (oltre che al mondo intero) un modello di civiltà preferibile a qualunque altro. Come ho già dichiarato, non voglio affatto esprimere un mio parere personale sul fatto se liberatori lo siano davvero (anche se non mi risulta che Saddam Hussein, nei Paesi democratici, raccolga simpatie particolarmente significative ...), ma non posso comunque astenermi dal constatare che perfino noi Italiani appariamo un po' "stanchi" di inseguire un Sogno Americano ormai visibilmente appannato. Solo alcuni nostalgici della mia generazione, se non della precedente, possono desiderare ancora come massimo traguardo della vita (non rendendosi ben conto di quanto siano stati fortunati ad essere nati in Italia) una carriera da milionario in dollari nel Paese dello Zio Sam. Quanto alle smisurate automobili con vetri elettrici ed aria condizionata che negli anni '50 apparivano desiderabilissime anche a me (e un poco lo sono tutt'ora), da un punto di vista strettamente estetico e di testimonianza di un mondo perduto un loro grande fascino lo conservano ancora, ma chi potrebbe desiderare di averne una oggi ed usarla per raggiungere l'agognato parcheggio nei pressi del proprio ufficio a Milano o a Roma?
Sono sicuro che durante la nostra permanenza in Svizzera lo stress da traffico accumulato nell'ultimo anno si stempererà non poco (a quando anche in Italia un comportamento automobilistico un po' meno cinese e un po' più svizzero?) e, ovviamente, spero che anche quello da "guerra in Iraq" abbia buoni e giusti motivi per ridursi alquanto.
In questo momento, oltre che la fine dello sfruttamento a fini propagandistici di una delle guerre più brutte con le quali son stato costretto a convivere, non vorrei veramente pensare che possa esistere qualcosa di più importante da augurarmi se non la fine dell'oggetto stesso di tanta perversa attenzione.
A voi, invece, auguro senz'altro di mettere da parte almeno per qualche minuto tutte le vostre giuste preoccupazioni leggendo il numero de l'Orologio che avete fra le mani.
Mi scuso con quanti, almeno su queste pagine, non avrebbero voluto trovare l'Iraq, ma sinceramente non me la sono sentita di far finta di niente del tutto.

Renato Giussani