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Diverse visioni del Tempo

OLIVIERO TOSCANI

"Fotografavo i contrasti per dire il contrario: per dire che la differenza unifica!"

Ha collaborato come fotografo di moda con Elle, Vogue, GQ, Harpers's Bazaar, creato immagini di marca e campagne pubblicitarie per Esprit, Chanel, Fiorucci, Prenatal, Benetton, fondato e diretto "Colors" una rivista diversa dalle altre, e firmato diciotto anni di campagne Benetton. Per le sue immagini più ardite qualcuno ha gridato allo scandalo, qualcuno alla strumentalizzazione, qualcuno invece ha ammirato un'audacia che non si può negare. Il suo invito è non chiudere gli occhi, guardare in faccia la realtà, e vedere sempre il mondo da più di un punto di vista.

 

Da comunicatore, come presenterebbe Oliviero Toscani?

 

Come un fotografo: colui che scrive con la luce. Credo sia già una definizione molto creativa.

 

Un fotografo scrive con la luce, ma si aiuta con il tempo. Cosa ci dice a proposito del binomio tempo/fotografia?

 

Che un fotografo ha con il tempo un rapporto essenziale, che passa attraverso il "tempo di posa": il tempo di esposizione di una pellicola determina la qualità dell'immagine. È il tempo dello spazio, poi c'è la scelta dello scatto: fotografare vuol dire scegliere una porzione del tutto, e questo ha rapporto col tempo. Poi la fotografia è la memoria storica dell'umanità, è un documento del tempo. Se ci fosse stata prima, forse anche la storia sarebbe cambiata. Forse i grandi miracoli non sarebbero grandi miracoli, e i grandi eroi non sarebbero grandi eroi.

 

Ha avuto molti punti di riferimento all'inizio e durante la sua carriera?

 

Sì; mi ritengo la persona più fortunata che abbia mai conosciuto. Sono nato nella famiglia giusta, al tempo giusto; appartengo a una generazione interessante: quella degli anni Sessanta, dei Beatles e dei Rolling Stones; quella che ha inventato le minigonne e ha avuto per prima la possibilità di viaggiare. Sono nato durante la guerra, ma ero ragazzino e la guerra non mi ha particolarmente impressionato; nel dopoguerra non ho sofferto: un bambino non s'accorge che non c'è tanto da mangiare o che le case sono distrutte, anche quelle servono per giocare. Abbiamo visto l'evoluzione tecnologica, "inventato" il divorzio, l'aborto: ci siamo battuti per tante cose. Ho avuto molti punti di riferimento, ma non come molta gente che guarda, e invece di prendere ispirazione copia pari pari... E mi diverte anche il mondo di oggi, l'Apocalisse attuale.

 

Molti la presentano come un provocatore: le sue immagini hanno urtato la sensibilità di più di qualcuno e hanno fatto parlare. Il suo linguaggio - un punto di rottura nella comunicazione pubblicitaria - è stata una scelta consapevole o un semplice modo di essere?

 

È come chiedere a uno scorpione: perché mordi? È la mia natura. Lo scorpione non è più cattivo del gatto imbecille che dorme sul divano: non lo faccio per provocare. Comunque la provocazione appartiene all'arte, è un segno di grande generosità, è dare la possibilità a qualcuno di vedere le cose da un punto di vista alternativo. Non c'è da scandalizzarsi, "provocare" è provocare interesse, una reazione, una riflessione. Io vorrei essere provocato in ogni momento: quando vado a vedere un film, quando sono di fronte all'arte; altrimenti è inutile. Ma ormai si vive in uno stato di autocensura generale, non ci si muove più...

 

L'impegno civile per lei è sempre stato un obiettivo? O è nato dal tentativo di creare un linguaggio nuovo?

 

Io penso che non ci sia da una parte l'impegno sociale e dall'altra la propria vita: esiste una vita impegnata, esiste cercare, nella qualità della propria vita, la qualità di quella degli altri, anche nelle cose piccole; l'impegno va applicato giornalmente a quello che si fa. Purtroppo tanta gente passa la settimana a guadagnare speculando, e il sabato si mette a posto la coscienza facendo una donazione ai bambini che muoiono di fame, con una piccola parte dei propri guadagni.

 

Ha raffigurato spesso la vita e la morte. Tutti ricordano, nelle sue campagne per Benetton, il neonato attaccato al cordone ombelicale, ma anche il malato di Aids, il condannato nel braccio della morte, il corpo senza vita sotto al lenzuolo; l'inizio e la fine, la vita da scrivere e le esistenze giunte al capolinea, senza più strade da scegliere. C'è un nesso nella scelta di queste immagini?

 

Le due cose che mi interessano sono il sesso e la morte: il sesso come vita, e anche la morte come segno di vita. Le immagini sono tutte uguali, solo che alcune sono più forti di altre: sono solo la documentazione dei fatti che ci circondano. Ma ormai viviamo nel mondo delle immagini e si pensa che l'immagine sia la realtà: basta non guardarla e si risolve il problema. Però la realtà non si cancella facendo finta che non esista.

 

Quindi la comunicazione è cambiata, dagli anni Sessanta ad oggi...

 

È cambiata la percezione: crediamo più alle immagini che alla realtà. Tutti parlano di guerra, ma la guerra chi la vede più? Ormai è mediatica, è per immagini: la comunicazione può essere più forte di un battaglione di carri armati, viene distribuita con mezzi potenti.
In realtà la comunicazione è stata sempre utilizzata per il potere: una volta dalla religione, poi dalla politica, adesso dalla finanza, dall'industria, dalla produzione.

 

Lei è stato anche regista. Le ha fatto qualche effetto passare dall'immagine fissa all'immagine in movimento, dal congelamento di un istante alla possibilità di seguire lo scorrere del tempo?

 

Non c'è nessuna differenza, è solo questione di tecnologia; chiaramente di tecnologia anche del linguaggio. Devo dire, però, che l'immagine fissa è molto più complessa, molto più essenziale; in un certo senso anche molto più difficile: la maggiore difficoltà dell'immagine in movimento - come il cinema - è organizzare tanta gente che deve lavorare insieme, anche se, con le nuove tecnologie, la cosa si sta molto semplificando.

 

Ma anche con la fotografia si riesce a raccontare il tempo che scorre?

 

Direi che i ricordi sono sempre per immagini fisse. Anche al cinema ci si ricorda di immagini fisse: l'unico momento in cui riusciamo a fermare il tempo è quando si guarda una fotografia, e in quel momento il tempo scorre perché un'immagine mette in fila tutta una serie di percezioni, di somme di cultura, di strati culturali, che esistono in noi. Culturalmente la fotografia è molto più attiva; ci muove - internamente - molto di più di una serie di immagini in movimento.

 

Fotografia, regia, pubblicità; ma ha esplorato anche il linguaggio dell'editoria, attraverso "Colors". Come è nata questa esperienza?

 

Da una mia idea: volevo fare un giornale senza news e senza celebrities; tutti i giornali sono fatti di gente conosciuta e notizie, non esiste una creatività alternativa all'avere i personaggi e le news. Mi sono chiesto se era possibile fare un giornale senza questi elementi, e ho fatto Colors. Un po' come con la pubblicità; mi chiedevo: "Possibile che possa essere fatta solo in modo così imbecille?". E l'ho fatta a modo mio.
Ho fatto anche un numero di Colors tutto dedicato al tempo, nei suoi vari aspetti, dall'uomo che sceglie un preciso momento per buttarsi dalla finestra, ai vari modi di sentire il tempo, consumarlo e viverlo... Per esempio la percezione del tempo nelle varie età: diversa, quando si hanno vent'anni rispetto a quando se ne hanno sessanta. Non è facile raccontare quel numero, è come fare critica del suono per iscritto: era un giornale molto visivo.

 

Che tipo di riscontro ha trovato?

 

Tutti i tipi di riscontro possibili; ma non cerco il consenso, faccio le cose perché mi interessano. Lo dico perché è importante, cambia tutta la scala dei valori: quello che si fa, deve essere solo il risultato di un lavoro fatto con passione ed energia. Se si è veramente se stessi si è unici e irripetibili, e si sarà sempre qualcosa di nuovo.

 

Con il tempo che rapporto ha?

 

Il tempo lo decido io. È incredibile, ma ho sempre tempo per fare le cose che mi vanno bene: non dico mai "non ho tempo". L'unico momento che non deciderò è quello in cui morirò, ma per il resto decido io.