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Diverse visioni del Tempo

FOLCO QUILICI

Documentarista, scrittore, regista, saggista, fotografo; ma, prima di tutto, viaggiatore. Che partendo dalla passione per la storia, racconta da cinquant'anni le concatenazioni tra presente e passato.

C'è un piccolo trasloco in corso, a Roma, nell'ufficio di Folco Quilici: pile di bobine che superano l'altezza d'uomo aspettano di essere riversate in digitale. La punta di un iceberg, una frazione delle riprese effettuate dal 1949, in tutto il mondo: tradizioni, monumenti, storia e storie, modi di vita che a volte hanno superato il tempo e sono giunti inalterati fino a noi, o più spesso si sono esauriti nella fine di una cultura o nelle sfumature che conducono alla modernità...

di Flavia Farina

 

 

Cinquant'anni di viaggi, di popoli, di culture: quanti diversi modi di vivere il tempo?

 

Abbiamo lavorato in Polinesia negli anni '50, poi nei '60 e nei '70. Avevamo la base nell'atollo di Rangiroa e ci muovevamo con un gruppo di pescatori molto bravi e con il loro capo. Noi eravamo più o meno ragazzi, lui era un uomo tra i cinquanta e i sessant'anni che sapeva tutto, e, senza orologio, sapeva sempre che ora era. Il loro modo di pescare, e di conseguenza la nostra maniera di andare sott'acqua, erano legati alle maree: uno strano orologio che cambia - se la luna è ìstortaì, se gli astri hanno una posizione particolare - ogni giorno. Lui conosceva tutto a memoria: veniva a svegliarci sempre al momento giusto; il suo orologio era infallibile; lui, un caso di perfezione assoluta. Negli anni '70 però i francesi misero delle grandi basi militari per fare esperimenti atomici; a Rangiroa installarono un centro automatico - una struttura metallica piena di parabole e diavolerie, con tre orologi favolosi; uno era all'ora di Parigi, uno all'ora locale, un altro all'ora di Los Angeles. Gli diedero la chiave, perchè era la persona più autorevole e anziana, e da quel momento non seppe più dire l'ora senza controllarla! La modernità può sconvolgere il mondo primitivo...

 

Solo nel mondo occidentale la vita è così organizzata, piena, frenetica?

 

Negli altri popoli ho visto le ore scandite con angoscioso inseguimento e precisione solo nei grandi conventi, presso le comunità religiose. I tibetani, anche se credo non sappiano mai che ora sia - nel senso nostro occidentale -, hanno una giornata molto piena, scandita dalle preghiere. Così anche quelli, tra gli arabi, più legati alla preghiera.

 

Come è scandito, nelle altre culture, il tempo di una vita, lo spazio che separa la nascita dalla morte?

 

In molte civiltà c'è un rapporto interessante col tempo e con la morte. Gli Indù ancora praticanti hanno il senso dell'ora che scade nella vita: arriva un momento in cui si sentono inetti o troppo stanchi, e si ritirano. Una cosa simile avviene per gli esquimesi: quando sentono di essere di peso alla famiglia o alla tribù se ne vanno, facendo una sorta di auto-eutanasia; la morte nel gelo è una morte dolce, e chi va via si addormenta e muore. Purtroppo ora è permessa la vendita dell'alcool anche alle loro latitudini; questo li sta distruggendo e non so se abbiano conservato il senso delle vecchie tradizioni. Credo che anche in questo caso la loro perfezione nei tempi sia andata un po' perdendosi.

 

Poi ci sono i simboli del tempo...

 

...Che sono interessantissimi: non c'è solo il tempo mentale. Le meridiane, ad esempio: più ti avvicini all'equatore, dove il sole e le ombre sono costanti, più l'orologio è per terra. Per i pastori somali l'ombra è il cronometro: tanto tutto l'anno la traiettoria del sole nel cielo è sempre uguale. é un'altra forma di orologio, interessantissima, di tutta la fascia equatoriale.

 

Parliamo del suo lavoro: lei è stato regista di cortometraggi, documentari, serie televisive, autore di libri e fotografie. Tanti diversi mestieri nei quali forse il tempo si vive in modo differente; o forse no?

 

Il tipo di lavoro che faccio ha sempre la stessa caratteristica: c'è un tempo dilatato, insopportabile, che sembra interminabile, ed è quello dell'attesa che il lavoro parta.
Siamo liberi, ma come diceva De Filippo gli esami non finiscono mai: finito un lavoro, anche se è andato bene, c'è un lungo tempo di attesa per il successivo. Poi nasce il rapporto contrario: devo fare un lavoro per il prossimo dicembre; è un anno che se ne parla ma non mi danno ancora il via, e sono sicuro che a ottobre si scatenerà il finimondo: allora il tempo si comprime e non ci sono le notti, non c'è più l'orario. Di solito in un circuito automobilistico capita di fare un giro più lungo di qualche decimo di secondo, e un altro più corto; nel nostro caso il circuito si fa una volta a piedi e una volta su una Ferrari: devi abituarti a queste due velocità, ed è molto faticoso.

 

Vale lo stesso anche per i libri?

 

Un po' meno: il mondo dell'editoria è meno barbaro di quello della televisione e del cinema, forse perchè ci sono investimenti minori; ma il principio è lo stesso. Ora ho un rapporto costante con Mondadori, per cui so che ogni anno ad ottobre - finchè i libri vanno bene! - devo consegnare un libro; ecco che il lavoro diventa gradevolissimo: anche se in certi giorni scrivi dieci pagine e nei dieci successivi neanche una, hai il tuo tempo, il tuo ritmo, l'orologio di quel lavoro funziona. Tra l'altro quasi tutti i miei libri narrativi, che hanno personaggi che ritornano da uno all'altro, sono divisi a tempo: tre ore dopo, cinque ore prima, dieci anni prima... Ogni capitoletto è ìtemporaleì: mi sono accorto che con un grosso quadrante che si muove è più facile seguire una vicenda...

 

Il tempo in questo caso è uno strumento narrativo.

 

Sono dei paletti a cui attaccarmi per arrampicarmi sul ghiacciaio, un punto di riferimento.
Potrei fare a meno di dire il luogo, ma non il tempo, che mi permette di dare bene il ritmo di quello che accade.

 

Per lei il tempo è amico o nemico?

 

Dipende dal momento. Se devo consegnare tre cose e una faccenda non va in porto, all'altra manca un pezzo e il tempo scorre lo stesso, vorrei dire: "Alt! Un momento... Fermate gli orologi! ". Ma si tratta di momenti eccezionali. Una cosa banale, che fino a qualche anno fa mi sembrava un'esagerazione è che, andando avanti con gli anni, il tempo va molto più veloce. Alla fine dell'anno guardi l'agenda e ti chiedi: "Ma è possibile che sia successo già tutto questo, a questa velocità?".

 

Lei ha cominciato con l'archeologia subacquea. Cosa l'affascina particolarmente di questo mondo?

 

La fortuna ha fatto sì che nel lavoro si sommassero tanti piaceri. Il primo è la storia: mi è sempre piaciuto tentare di mettere indietro l'orologio del tempo, magari attraverso la ricostruzione cinematografica, e con l'archeologia vedi il tempo pietrificato. Nel '49 fui forse il primo a filmare un intero campo di anfore a Capo Testa, in Gallura. Avevo diciannove anni e volevo cominciare a lavorare, mi piaceva andare sott'acqua e in più avevo il vantaggio di operare in un campo dove non c'era molta concorrenza. A questo si aggiunga che mi piace moltissimo volare, e che l'immersione è una sorta di volo umano...

 

L'orologio, sott'acqua, è importantissimo.

 

E' fondamentale: uno sbaglio sui tempi e ci lasci la pelle. Se ne parla poco, ma quante persone, soprattutto ragazzi, muoiono ogni estate: una differenza di mezzo minuto o di un minuto può costarti la vita, o causarti un'embolia che ti può paralizzare per sempre. L'orologio è un complemento della tua immersione: non puoi fare a meno, non solo di averlo, ma di tenerlo sempre sotto gli occhi.

 

L'affascina di più il passato, il presente o il futuro?

 

Il rapporto tra passato e presente, e tra presente e passato.
Non considerare il tempo è tipico degli animali; il mio cane si comporta come quello di Ulisse: mi fa le feste quando torno la sera come quando sto via quindici o venti giorni, esattamente come quando Ulisse torna a Itaca. L'umanità dovrebbe essere diversa, ma - diceva Fernand Braudel, grande storico del '900 - l'uomo approfitta a malapena del cinque per cento delle esperienze già vissute, e ripete gli stessi errori storici.
Mi interessano molto, e rendono il mio lavoro particolare, tutti gli agganci con il passato che cerco di far scrivere.
C'è una crisi mondiale del documentario, del "film" di viaggio, perchè tutti hanno visto e vedono tutto continuamente. Il documentario però diventa diverso se il viaggio, il paese, la città, li metti in rapporto con il loro passato; un passato che si allarga continuamente, perchè il presente continua ad andare avanti e il passato si allontana. In cinquant'anni avrò fatto tre articoli sui Boscimani; su tre volte che ci sono stato, tre volte la situazione era diversa: la prima volta erano legati solamente al passato, la seconda era una via di mezzo, ora sono fregati dal presente. é una chiave di lettura molto bella ma molto difficile, che presuppone un po' di spessore culturale. Anche davanti al paesaggio più selvaggio e isolato c'è di mezzo il passato e la storia. Se tu la agganci, l'articolo, o il servizio, o il libro, diventano più interessanti.