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Diverse visioni del Tempo MARGHERITA BUY E' fra le attrici più complete del cinema italiano. Presto sugli schermi con un nuovo film di Carlo Verdone, Margherita Buy ci rivela un po' di se stessa, del suo lavoro, e della sua vita.
Schiva e riservata, Margherita Buy può essere considerata una vera anti-diva, in un momento in cui il presenzialismo sembra essere l'ideologia imperante. Nata e cresciuta a Roma, dopo essersi diplomata all'Accademia di Arte Drammatica, nel 1986 debutta nel cinema in un film di Nino Bizzarri, "La seconda notte". Divenuta in breve tempo una delle attrici più ricercate del giovane cinema italiano, ha lavorato, fra i tanti, con registi come Sergio Rubini ("La stazione", 1990), Daniele Lucchetti ("Arriva la bufera", 1993), Giuseppe Piccioni ("Fuori dal mondo", 1999), Ferzan Ozpetek ("Le fate ignoranti", 2001), Cristiana Comencini ("Il più bel giorno della mia vita", 2002), che le hanno consentito di dar vita a una serie di personaggi di giovani donne a tutto tondo, magari fragili e contraddittorie, che racchiudono insieme tutti i risvolti dell'animo umano, da quelli amari a quelli brillanti. Da qualche mese, ha terminato di girare il nuovo film di Carlo Verdone, "Ma che colpa abbiamo noi". In attesa di vederla nelle sale cinematografiche a Gennaio, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei per scoprire un po' di lei, dei suoi desideri, del suo tempo.... di Simonetta Suzzi
Come è iniziata la tua carriera? E' stato il richiamo del sacro fuoco dell'arte oppure una casualità? E' cominciato tutto dopo il liceo. Ho fatto la domanda per entrare in Accademia per provare, per fare qualcosa che non avevo mai fatto e che credevo mi potesse piacere. Non ne ero però ancora molto convinta. Via via che ho maturato l'idea di farlo realmente, mi è piaciuto. Poi è andato tutto avanti da solo, perché in fondo le carriere si sviluppano anche casualmente. Come si conciliano il tempo e le scadenze con un lavoro come il tuo? Conosco attrici che sanno adoperare meglio il tempo, che sono molto più organizzate di me. Io non lo sono per niente, ma non lo sarei stata in nessun altro tipo di lavoro, non lo sono di natura. Sono molto distante da tutte le problematiche che riguardano le scadenze. Però questa cosa la patisco parecchio: a volte, infatti, faccio proprio dei grandi pasticci, e queste cose prima o poi si pagano. Le scadenze e i tempi li soffro molto, non ci sto comoda. Nella vita privata è così: sono sempre in ritardo o sempre in anticipo, non so calcolare i tempi che mi servono per fare una cosa. Nel lavoro, invece, stranamente sono molto più "attrezzata", mi riesco a gestire molto meglio, proprio perché forse il mio è un lavoro che ti concede più libertà, anche se poi a volte non c'è per niente. E' una libertà apparente che però mi fa sentire più rilassata, e allora faccio meno pasticci. Quali sono stati i momenti più significativi della tua vita? Nel lavoro, quelli che uno ricorda sono sempre gli esordi, gli inizi della propria attività. Sono i piccoli risultati a contare. Per esempio, quando ho fatto il mio primo film o la mia prima cosa in teatro ho avuto la certezza di aver scelto la strada giusta. Fino a quel momento era solo una strada fatta di incertezze. Uno dei momenti più significativi è stato quando ho fatto il mio primo film più importante, "La Stazione". Questo film era nato come testo teatrale e per tre anni lo abbiamo recitato anche in teatro. Attraverso queste due cose ho intravisto un po' la mia strada. Infatti, sia la piéce teatrale che il film ebbero abbastanza successo all'epoca. Ma per successo non intendo l'idea di essere popolare. Era un successo personale di attrice, che mi faceva capire che avevo scelto la cosa giusta per me. Poi, un altro momento fondamentale della mia vita è stato quando ho avuto mia figlia, ma questa è completamente un'altra cosa. In quel periodo mi sono un po' staccata dal lavoro, ma fa parte della vita. Tu hai fatto prevalentemente cinema, ma anche televisione e teatro. Come cambia la gestione dei tempi in tre generi abbastanza diversi tra loro? Sono tutte cose diverse. La cosa più "spaventosa" è la televisione, perché i tempi di lavorazione non corrispondono ai tempi di visibilità di un programma. La televisione mi ha impressionato enormemente quando l'ho fatta: lavori magari per tre mesi su una cosa che poi viene "bruciata" in appena due serate, nel senso che dopo due ore non esiste più. E' una cosa che può anche inorridire chi è abituato a fare generi differenti, come per esempio il teatro che ha una durata diversa. Il testo può durare in eterno, perché può essere ripreso, rifatto. E poi c'è il tempo in cui viene recitato, che è soggettivo. Il tempo in cui stai sul palcoscenico te lo crei da solo, ha una durata personale. Uno spettacolo a volte può sembrare che duri 20 ore, altre volte sembra che ti scappi via in 5 minuti, perché magari sei più rilassato. Anche il cinema ha dei tempi diversi. Un film sta nella sale per molto tempo - almeno si spera - ma continua ad esistere, passa ad altre categorie, alle seconde visioni e poi va in televisione. Insomma, ha una vita. Le cose in televisione non hanno vita, muoiono lì. Questa è una cosa a cui penso sempre prima di fare un lavoro in televisione. Mi sembra come di fare tanti sforzi, che poi vengono vanificati. Non lo so capire, ma forse sono io che non ci arrivo. Sicuramente questo fa parte dei nostri tempi, però forse a qualcuno possono anche non piacere i nostri tempi. A te non piace l'epoca in cui viviamo? E come ti poni davanti a tutto ciò che nasce dai tempi moderni, come lo sviluppo della tecnologia o Internet? Non mi ritrovo molto in questi tempi. Internet è sicuramente uno strumento che può essere molto utile, anche se a volte può essere "diabolico". Di fronte ad un'utilità, però si cede il passo. La televisione, invece, non mi piace molto. Spesso, poi, sono altre le cose importanti che le ruotano intorno: non è importante come reciti o cosa reciti, contano i soldi, la pubblicità. Se posso, preferisco non farla. Hai fatto dei film in costume, ambientati nel passato. "Domani accadrà", per esempio, è un film ambientato nell'Ottocento. Ti affascina un tipo di recitazione che ti porta a vivere in altre epoche? Ne ho fatti anche altri di questo genere. Comunque sì, mi piacciono molto. Fa parte del mio lavoro, si recita anche per essere un po' diversi, per staccarsi un po' dalla vita di tutti i giorni. Sono anche occasioni di grande divertimento, anche se difficilmente film di questo genere si riesce a farli proprio bene: c'è tutto un discorso sul linguaggio, su tante cose che andrebbero approfondite, però sono divertenti. Mi piacciono anche i film ambientati negli anni '30 o '40, perché è un po' come mascherarsi. Sei una persona ancorata al passato o ti piace pensare al futuro? Io sono sempre un po' in ritardo nelle cose. In un certo senso, mi sento in ritardo anche riguardo al futuro, e allora ci penso poco. Non sono proprio in grado di pensarmi nel futuro, un po' anche per il lavoro che faccio, che non ha mai una sua collocazione precisa in un futuro prossimo; si va avanti giorno per giorno e non si sa mai cosa si farà domani. Il futuro un po' mi fa paura e un po' non lo so proprio immaginare. Non riesci a immaginarti di qui a 20 anni? Beh, certo che più si va avanti e più è facile. Se questa domanda me l'avessi fatta a 20 anni non avrei certo avuto idea. Adesso è un po' diverso: ho una figlia, comincio ad essere grande e non credo che grandi cose ne farò ancora tante. Mi piacerebbe continuare a lavorare che è già un regalo grosso. E' una speranza. Nel film di Mario Monicelli, "Facciamo Paradiso", interpreti una donna nell'arco di quasi mezzo secolo di vita italiana. Dal femminismo, al 68, fino addirittura al futuro, la protagonista vive profondamente i suoi tempi. Ci sono stati periodi della tua vita in cui sei stata particolarmente influenzata dalle mode del momento o da un determinato periodo storico e culturale? Probabilmente, il periodo della scuola, il liceo, in cui vai da una parte o vai dall'altra. Almeno all'epoca mia, o eri di destra o eri di sinistra. Per cui se sposi una causa, sposi anche un modo di vivere, un modo di essere. E' una cosa che in quegli anni ho condiviso con un gruppo di persone, che poi però non ho più frequentato né visto; per lo meno non ho più fatto niente che si avvicinasse alla politica o cose del genere. Però ti rimane naturalmente quel tipo di impostazione nella vita; anche nelle scelte che fai, una certa morale che ti sei costruito negli anni te la porti dietro per tutta la vita. Io non sono così influenzabile come il personaggio di quel film, che era paradossale. Era una storia tratta da un racconto molto breve che poi è stato sviluppato e reso molto più paradossale di quello che in realtà era: E' un personaggio che sposa tutte le cause del momento, che comunque sicuramente esiste anche nella realtà. Io però non sono così, anzi per niente. Hai interpretato ruoli molto diversi fra loro. Ad esempio, in film come "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" e "Facciamo Paradiso" hai ricoperto ruoli brillanti, in "Testimone a rischio" il tuo era un personaggio di un certo spessore drammatico, mentre in "Chiedi la luna" o "Va dove ti porta il cuore" hai affrontato ruoli più "intimisti". Quale di questi toni prediligi? A me piacciono i personaggi scritti bene, che abbiano tutte queste cose insieme. Rimanere vittima di un genere è una cosa che mi ha sempre fatto paura, per cui ho fatto un po' di tutto, dal comico al drammatico. I personaggi che preferisco sono quelli che hanno un po' tutto dentro. Questa è una cosa che cerco di dire anche alle persone con cui lavoro, di non fare un personaggio tutto triste o tutto allegro, perché non esistono. Per esempio, ho fatto un personaggio di una suora ("Fuori dal mondo", n.d.r.). Quello è un personaggio che è venuto bene, perché era scritto bene. Aveva dei momenti drammatici, ma aveva anche dei momenti buffi, divertenti. Mi piace cercare una sintesi di tutte queste cose insieme, perché la vita è un po' così. Quello è un ruolo molto bello, anche il personaggio delle "Fate ignoranti" racchiude tutto questo. Come ti sei preparata ad impersonare il personaggio di una suora? C'è voluto un po' di tempo. Non è un ruolo che puoi fare da un giorno all'altro. C'è stato un periodo di preparazione in cui ho cercato di venire in contatto con suore di diversi ordini. Mi sono anche un po' affidata ai luoghi dove abbiamo girato, che mi hanno aiutata in questa immedesimazione. Ho lavorato dentro un convento, con tante suore con le quali ho avuto dei rapporti. E' stato molto bello e veramente interessante. Per me è stata anche una sorta di scommessa, perché ci sono tanti pregiudizi nei confronti delle suore. Anche io ne avevo alcuni, però con questo personaggio credo di avere un po' riscattato certi luoghi comuni. Nel tuo ultimo film, "Il più bel giorno della mia vita", interpreti il ruolo di una donna sola che inizia un rapporto telefonico con uomo che chiama il suo numero per puro caso. Pensi che oggi molta gente soffra di solitudine? Sì, credo che quel personaggio faccia parte proprio di una tipologia precisa, scritto, secondo me, pensando a qualcuno. Tante mie amiche sono un po' così. In quel caso si tratta di un film, che ha anche dei risvolti molto divertenti. Come ti ho detto, sono molto grata ai registi che credono in questa cosa. Credo che ci siano milioni di donne in quella situazione, sole con un figlio, con tanti problemi, anche di lavoro. Il telefono, Internet, i messaggi del telefonino sono tutte cose che servono a sentirsi meno soli, anche se poi è una cosa un po' irreale, che esiste e non esiste. Però a volte fa bene. Quindi in questo caso la tecnologia aiuta... Sì, unisce, anche se poi è una tecnologia che sfrutta una nostra mancanza, e questo non mi piace Come è cambiato, se è cambiato, il modo di fare cinema negli ultimi anni e qual è seconde te l'attuale panorama del cinema italiano? Il cinema italiano mi sembra che adesso sia un po' più attento al mercato. A volte però questa attenzione forse impoverisce il prodotto, perché si sta più attenti a scrivere delle cose che piacciano. C'è stato un periodo, quello in cui ho iniziato, che si tendeva a personalizzare molto le cose che si scrivevano e si facevano e a badare molto poco allo spettatore. Forse questa cosa aveva un po' allontanato tante persone dal cinema italiano. Adesso mi sembra che si stia un po' più attenti. Tutto poi dipende da tante altre cose che riguardano meno il cinema e più la politica e i soldi. Forse manca un po' la volontà di dare spazio al cinema. In questo momento ci sono tanti settori che sono in crisi, soprattutto la televisione, e di conseguenza anche il cinema. Si fanno molte meno cose, forse più ponderate, ci si pensa molto di più. C'è meno libertà negli autori, ci si lascia meno andare ad una propria personalità, si cerca più di fare delle cose che piacciano, che facciano audience. Un nuovo film in uscita? Si, quello di Carlo Verdone ("Ma che colpa abbiamo noi", n.d.r.) . L'abbiamo girato prima dell'estate e uscirà a Gennaio. Un'ultima domanda riguardo il tempo. Hai detto che non ti senti una donna di questi tempi. C'è un periodo storico particolare che sentiresti più tuo? (Ride) Tutti i periodi in cui non c'erano 740, bollette, scadenze. La dimensione burocratica mi sta proprio stretta. A volte combino veramente dei pasticci. E poi vallo a spiegare che sono io che sono imbranata. Non ci crede nessuno... |
