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Diverse visioni del tempo ALESSANDRO D'ALATRI
Uscito
negli ultimi mesi della passata stagione, il film Casomai è tuttora
in programmazione nelle sale di molte città - un nuovo esempio
del fatto che anche il pubblico si è finalmente accorto dell'esistenza
di un cinema italiano fatto bene, intelligente e capace di raccontare
la realtà senza più essere schiavo dei minimalismi deprimenti
che hanno avvelenato gran parte degli ultimi due decenni. Inutile quindi
consigliare a chi legge di andarlo a vedere: sembra che ci siano andati
già quasi tutti e i pochi che se lo fossero perso potranno rimediare
rapidamente grazie all'homevideo, ormai diffuso più capillarmente
di qualsiasi circuito di sale... di Alberto Farina
Cambiamenti che coinvolgono profondamente proprio l'argomento che su queste pagine ci sta più a cuore, ossia il rapporto con il tempo... Non sono un collezionista di orologi, ma sono oggetti che mi piacciono molto. Ne possiedo parecchi - anche perché oggi è cambiato il rapporto con l'oggetto orologio: una volta ne avevi uno solo per tutta la vita, mentre oggi ce n'è uno per ogni stagione. Ma senza orologio io sarei perso. Sono sempre di corsa: i voli, i ritardi degli aeroporti. La mia relazione con il tempo è drammatica: lo seguo e mi sento a mia volta inseguito. E poi c'è un tempo professionale, un tempo artistico, quello che si dice il ritmo narrativo, che in qualche modo è misurabile. Per esempio, in pubblicità vivo con il cronografo in mano... Nel realizzare uno spot il "minutaggio" è drammaticamente limitato: è più uno stimolo o una limitazione? Una limitazione che diventa
lo stimolo a trovare una soluzione. La cosa è particolarmente
difficile soprattutto nel tipo di pubblicità che faccio io, che
non è molto modaiola: i miei sono dei mini-film, quasi mini-cortometraggi.
La cosa più difficile perciò è comprimere nei tempi
stabiliti la recitazione ed il racconto, e il cronografo è determinante:
per quanto si abbia esperienza e si riesca a intuire se una cosa è
più lunga o più corta, non Quando hai cominciato a essere esposto ai ritmi veloci della pubblicità? Fin da quando facevo l'attore:
a 10 anni feci il mio primo spot - allora si chiamava ancora Carosello
- e subito lavorai con Giulio Paradisi, Alfredo Angeli, Enrico Sannia,
i maestri della pubblicità italiana. Negli anni '70, poi, mentre
il cinema entrava in crisi, la pubblicità passava invece dal
carosello allo spot: io rimasi affascinato dalle tecnologie, dai nuovi
linguaggi e anche dai nuovi registi anglo-americani che venivano sempre
più frequentemente a lavorare in Italia, e finii per passare
dietro la macchina da presa. Quella
fu anche una rivoluzione della pubblicità, perché Carosello
durava tre o quattro minuti... Con
Americano rosso hai dovuto passare per la prima vol- Mi è rimasta una
sorta di rispetto del tempo. Non puoi abusare del tempo solo perché
fai cinema, altrimenti abusi anche della pazienza del pubblico. Da spettatore,
in sala, soffro spesso dell'abuso del tempo e quindi ho sempre un grande
rispetto per il ritmo cinematografico: che non è un ritmo da
cronografo, ma dei tempi di recitazione, dei tempi narrativi. La pubblicità
non può permetterselo, perché non ha il tempo di rispettare
veramente le pause della vita reale - deve passare attraverso la sintesi.
Ma la sintesi, il rapporto spazio-tempo, è un'esperienza che
aiuta anche nel cinema: già in fase di scrittura mi domando sempre
se una scena è necessaria, se è l'unico modo per raccontare
un certo passaggio emotivo, o se non ci sono altre opportunità
più sintetiche. Molto spesso si scrivono cose che a ragionarci
bene sono eliminabili: ed è un peccato dover fare uno sforzo
per realizzare una scena e poi buttarla via in moviola. Pensi che sia per questa tua capacità di sintetizzare se molti critici, magari abituati ad altri ritmi, ti accusano di restare un pubblicitario anche quando fai cinema? I critici fanno un lavoro già di per sé terribile, che esclude a priori un aggettivo positivo. Devono criticare, vanno alla ricerca sempre del difetto: un atteggiamento che in qualche modo implica il pregiudizio. Ovviamente non voglio generalizzare: però nella stragrande maggioranza questo problema esiste. Sapendo che io sono un pubblicitario non riescono ad avere quella pulizia dal pregiudizio, a valutare l'opera in quanto opera in se stessa. Questa libertà in genere ce l'ha il pubblico. Il rapporto fra autori e critica è sempre stato difficile, e credo che in fondo sia giusto così. Ognuno deve fare il suo lavoro. Ma credo che l'autore non debba tenere minimamente conto della critica. Non ci si deve frequentare, non ci si deve conoscere. Americano rosso e I giardini dell'Eden sono ambientati nel passato, rispettivamente negli anni '30 e all'epoca di Cristo. Ti interessa ricostruire il tempo e ritmi del passato? Beh, per i tempi di Gesù ho preso in considerazione un periodo di cui i testi non parlavano per cui il lavoro di documentazione è stato molto difficile. Per Americano Rosso invece c'erano immagini, fotografie, cinegiornali. Molto del lavoro l'ho fatto a Trieste, alla redazione del Piccolo: ne consultai due annate di quel periodo e fu straordinario vedere l'azione della vita. Le prime pagine parlavano dei fatti storici, ma andando alle pagine successive - per esempio la posta dei lettori, gli annunci economici - riesci ad avere una percezione della vita quotidiana di allora. Scopri cosa faceva la gente, quali erano i desideri, le problematiche. È lì che veramente percepisci la Storia: in un giornale dove la prima pagina ti parla dei grandi eventi del mondo, ma in quelle successive leggi di uno che ha rubato un comò, un altro che ha rubato un cavallo. Questi erano i grandi fatti, i fatti di sangue erano pochissimi. La posta dei lettori e le rubriche degli annunci sono veramente particolari in questo senso. E le rubriche di gastronomia, che ti raccontano cosa si cucinava e ti fanno capire un'Italia interessante da studiare. Il film parla di tutto questo. Il lavoro bello è stato proprio quello dei dettagli, dei micro mondi. Per te fare cinema e spot è come catturare pezzi di tempo o la creazione di un tempo alternativo? Una creazione, perché il cinema - più che una relazione con il tempo - ha una relazione con la vita. Il cinema è vita, lo diceva anche Rossellini. E lo è anche quando non è soltanto rappresentazione della vita: quando costruisce mondi, quando va al di là della vita vera, si dilata nella fantasia. Il cinema per forza di cose è sempre parziale: è bidimensionale e rispetto alla vita già vive un senso di inferiorità. Parliamo
di ferri del mestiere e del linguaggio cinematografico. Il montaggio
e il piano sequenza sono due modi contrapposti di raccontare il tempo.
Il montaggio, l'accostamento con uno stacco di due inquadrature diverse,
è per sua natura una menzogna. Il piano sequenza, una lunga ripresa
senza stacchi, è invece considerato un esempio di realismo. Però
è un realismo comunque ricostruito, perché quello che
tu riprendi è una messa in scena. In Casomai tu usi indifferentemente
l'uno Io credo che la verità stia sempre nel mezzo. Noi viviamo in una società che con il post-modernismo ha ucciso completamente la differenza fra menzogna e realtà. Se vuoi è anche il lavoro che ha fatto il cinema: non abbiamo più un confine preciso fra quello che è giusto fare a livello di linguaggio. Allora si può dire che è giusto fare una certa scelta se ti dà un riscontro emotivo. Il mio modo di girare contempla le due cose insieme: ogni scena, anche se poi è prevista per il montaggio, la giro in piano sequenza. In realtà i miei montaggi veloci sono il frutto di una serie infinita di piani sequenza. Alcune restano scene lunghissime senza tagli, ma poi ci sono successioni che non solo hanno un montaggio veloce, ma anche sintetico, facendo un salto dell'asse. Spiego in breve per i lettori:
durante le riprese è necessario evitare che la macchina da presa
scavalchi un'immaginaria linea retta che divide in due l'ambiente in
cui si trovano i personaggi. Questo per consentire al pubblico di orientarsi
nello spazio filmico in cui vivono i personaggi. Scavalcare il campo
(o l'asse) è considerato di solito un errore gravissimo. Casomai
non esita a violare la regola. Un buon
esempio di ricerca del linguaggio è l'uso che fai dell'effetto
"Bullet Time" - quello reso celebre da Matrix, in cui la macchina
da presa ruota - si muove - attorno a un'immagine congelata. In genere
viene usa- C'è un personaggio che scatta una fotografia: tu vedi la foto e rientri nel punto di vista della realtà di quello che l'ha scattata, e che esiste implicitamente nella foto. E' un esercizio spazio-tempo. Lui entra nel presente; attraverso la foto si trasferisce nel passato, girandovi dentro nella sua staticità e scoprendo se stesso nell'emozione che aveva provato quella volta, per tornare di nuovo alla delusione che prova nel momento attuale. Mi sono divertito molto a farlo, e come vedi sono esercizi interessanti. Anche il pubblico ne è rimasto favorevolmente impressionato. In genere l'effetto speciale vive di bassa persistenza, è veloce: come con un prestigiatore, che se lo vedi al rallenty scopri il trucco. Invece quella sequenza dura un minuto e mezzo, una sequenza lunghissima senza tagli, e non è nemmeno supportata dal sonoro: in quel momento ho fatto il vuoto pneumatico, non si sente nulla e l'effetto diventa proprio centrale. Ho giocato con il linguaggio: ed è bello vederlo in sala, vedere il silenzio che si impone fra il pubblico. |
