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Diverse visioni del tempo

VITTORIO FELTRI

Nel 1962, a diciannove anni, recensiva film per "L'Eco di Bergamo". E' stato in redazione a "La Notte", al "Corriere d'Informazione" e tre anni dopo al "Corriere della Sera" di Piero Ottone, per il quale ha ricoperto anche il ruolo di inviato speciale. Direttore di numerose testate, nel 1992 succede a Montanelli alla guida de "Il Giornale". Il 18 luglio 2000 esce in edicola il primo numero di "Libero", il quotidiano di cui è attualmente direttore ed editore. Dialogo con Vittorio Feltri sul ruolo del tempo in quarant'anni di giornalismo.

di Flavia Farina

 

Che rapporto ha con il tempo?

Conflittuale. Aspetto sempre l'ultimo momento per fare le cose - anche quelle importanti - perché i giornali sono come i treni: devono rispettare l'orario. La scelta degli argomenti, dei titoli, degli articoli, la stesura dei testi, è sempre una corsa contro il tempo, una battaglia con l'orologio. Da quando faccio questo mestiere litigo con le lancette, per la consegna, per la fattura delle pagine, per l'invio delle lastre in tipografia: le automobili che portano in giro il giornale, gli aeroplani, sono legati a tempi prefissati... E oltre a fare questo quotidiano ho due collegamenti giornalieri con una radio, che ovviamente avvengono in orari determinati: entro quell'ora bisogna decidere il tema, sapere come svilupparlo, andare in onda e andarci puntualmente. È diventata quasi un'ossessione, ma lo è da tanti anni e sono abituato a conviverci; se non l'avessi mi mancherebbe.

Carta stampata, radio, tv: comunicare attraverso mezzi differenti significa usare ritmi e tempi diversi tra loro?

Non tanto: anche se nel giornalismo scritto si ha l'impressione di avere più tempo a disposizione, arriva sempre l'ora entro la quale bisogna aver colto l'argomento, titolato, scritto l'articolo, corretto, ripassato, sistemato; l'angoscia si crea comunque perché - si tratti di parlare, si tratti di figurare davanti a una telecamera, si tratti di stendere un testo - in ogni caso bisogna essere puntuali. La carta stampata se "perde il treno" non va in edicola.

Lo stile, il modo di comunicare, sono gli stessi?

Non c'è una grandissima differenza, cambia solo un po' la tecnica. La radio necessita di un linguaggio discorsivo, la televisione anche di una gestualità, mentre quando si scrive bisogna pensare che non si possono fare - come alla radio o alla televisione - ripetizioni: in un articolo bisogna essere più efficaci, il linguaggio deve essere diretto, il rispetto della sintassi è imposto perché ne andrebbe, qualora si contravvenisse a certe regole, della immediata comprensibilità del testo.

Fino a poco tempo fa un articolo aveva uno spazio di vita di poco più di un giorno; oggi molti giornali hanno un archivio consultabile su Internet; il tempo di vita di un articolo si è quindi dilatato.

È vero, ma non dimentichiamo che anche quando non esisteva Internet c'era una sopravvivenza che andava al di là del momento della pubblicazione; l'accumulo dei pezzi avveniva tramite ritagli che si collocavano nelle buste, l'archivio non era elettronico ma cartaceo, eppure il principio era lo stesso; naturalmente oggi chi fa una ricerca è facilitato, però il problema non è tanto il fatto che l'articolo possa essere letto per un arco di tempo più lungo, quanto la quantità di persone che legge, oggi cresciuta. L'importante, comunque, è tenere presente che quello che fai è pubblico, e rimane.

Quali sono stati i momenti più importanti della sua vita professionale?

Un momento difficile, importante, è stato quello dell'ingresso in una redazione: nessuno mi voleva assumere. Un giovane che sogni o speri di fare il lavoro del giornalista una volta non sapeva a chi rivolgersi. Oggi sono aumentate le porte alle quali poter bussare - un tempo c'erano solo i giornali, non le televisioni private né le radio - però in fondo le difficoltà sono sempre le stesse: un giovane suscita diffidenza e non sempre chi assume gli presta attenzione. Un altro momento difficile, che ho vissuto intorno alla trentina, è stato il passaggio dalla routine del redattore a qualcosa di più importante: l'opinione, il reportage, la descrizione di un avvenimento. Un altro, quando sono passato dalla fase meramente esecutiva a quella decisionale: non era facile, non ero abituato, mi sono dovuto immedesimare in un ruolo che non avevo mai nemmeno pensato di dover ricoprire. Però le difficoltà si superano: ci si impegna un po' e dopo qualche mese si passa da una routine all'altra.

Dalla prossima tappa che cosa si aspetta?

Oggi non ho aspettative particolari; l'unica cosa che mi preme non è l'essere accettato da tutti ma fare al meglio il compito che sto svolgendo, poter dare un senso all'attività giornaliera. Il nostro è un mestiere anche ripetitivo: benché sembri vario e interessante, in realtà spesso ci conduce a ripercorrere le stesse strade; e allora, pur immersi nella routine, pur schiacciati da mille timori, è importante riuscire a non andare troppo distante dalla propria personalità.

Come ricorda l'ingresso al Giornale dopo Indro Montanelli?

Mi sembrò un miracolo che avessero chiamato proprio me a succedere a quello che già allora era considerato il Papa dei giornalisti; a quel tempo io ero un parroco, e per il parroco diventare Papa è stato un momento di qualche emozione.

È stata un'eredità pesante?

Mah, in apparenza sì. Però se penso ai risultati che ho ottenuto... Con tutto il rispetto per Montanelli, per la persona della quale poi sono rimasto amico fino alla fine, ho preso quel giornale a 113.000 copie e lo ho lasciato a quasi 250.000. Diciamo che le opinioni si discutono, ma i risultati sono numeri e non meritano neanche molti commenti. Ho fatto il direttore, ed essendo un giornale un'opera collettiva, ho pensato a dirigere un'orchestra più che a dirigere me stesso.

Il giornalismo è cambiato?

Cambia sempre, si aggiorna, ma i principi fondamentali rimangono gli stessi: non imbrogliare il prossimo, cercare di avvertire il lettore di come la pensi in modo che non sia tratto in inganno, poi lo scrupolo, il controllo delle fonti. In sostanza, quelle tre o quattro regole sono rimaste invariate. Cambia anche perché purtroppo la moda influisce un po' su tutti i campi: se un tempo ci si limitava a dare il fatto, oggi bisogna essere più attenti anche ai particolari intimi dei protagonisti...

È diventato, dunque, più qualunquista?

Non direi, soltanto deve cercare sempre di andare incontro alle esigenze del pubblico. Noi non facciamo solo un prodotto culturale: andiamo in edicola, facciamo un prodotto che deve piacere. Se non dovesse essere richiesto, e quindi venduto, renderemo vana la nostra attività che è comunque inserita nel modo economico; il giornale ha un prezzo, la pubblicità pure ha un prezzo e se c'è una diversità tra quanto si incassa e quanto si investe scattano dei meccanismi che possono portare alla chiusura. Lo so che i giornalisti preferirebbero essere fuori da queste regole, ma purtroppo siamo coinvolti pienamente nel sistema: siamo nel mercato.

Il giornale, come prodotto che deve vendere. Ma in quest'ottica, secondo lei, la stampa può essere veramente indipendente?

Partendo dal presupposto che non esistono tutte le libertà in assoluto ma esistono delle libertà, credo tutto sommato che per la stampa ci siano dei buoni margini di indipendenza; non dobbiamo però dimenticare mai che i giornali hanno un proprietario e che il proprietario ha dei legami, delle esigenze, dei problemi e si rapporta con altre persone. Il proprietario determina - indirettamente per noi, ma direttamente per chi faccia il direttore - delle linee politiche, economiche, finanziarie, ben precise. In modo molto più esplicativo, se l'editore è Agnelli, è molto difficile che si parli della crisi dell'automobile in un certo modo, e il problema si ripropone, per altri versi, se l'editore è De Benedetti o Berlusconi. Non dimentichiamo mai che alla libertà singola del giornalista si contrappone la progettazione dell'editore, che sceglie il proprio direttore proprio in base a certe considerazioni e per ottenere determinate finalità: fintanto che c'è un padrone la libertà di stampa non potrà essere assoluta. Quand'anche non ci fosse un padrone, ma una cooperativa, le cose non cambierebbero molto: anche la cooperativa avrebbe dei punti di riferimento.

Cosa consiglierebbe a chi volesse lavorare nel giornalismo?

Anche se il campo è piccolo e selettivo e i sistemi di selezione - magari tramite gli amici degli amici - forse non del tutto efficaci, chi vuol fare questo mestiere, e insiste, e non demorde, alla fine lo fa; e lo può fare anche a buon livello se ne ha il temperamento ancor prima del talento: è quello che ci consente di tener duro, di resistere finché i nostri desideri non si realizzano.

C'è qualche personaggio storico al quale farebbe volentieri un'intervista?

Sì, ce ne sono parecchi. Non mi dispiacerebbe sentire Vittorio Emanuele II per capire quali fossero gli impulsi che lo portavano a desiderare l'Unità d'Italia e vorrei sapere per quale motivo - anche se in parte già lo sappiamo - Dante Alighieri scrisse la Divina Commedia. C'erano motivi politici, motivi filosofici, dispute letterarie, tanti elementi che hanno concorso a stimolare la volontà di Alighieri. Potendolo intervistare oggi, forse si scoprirebbero delle cose interessanti.

Il tempo trasforma le vicende storiche, permettendoci di reinterpretarle e vederle sotto un'altra luce?

Sì: il tempo è come lo scalpello di uno scultore che non si ferma mai; man mano che trascorrono gli anni, i mesi, i secoli, i cambiamenti determinati da quello scalpello sono più evidenti. Un giudizio storico avviene solo a bocce ferme, quando cambia la prospettiva, l'emotività, ma soprattutto quando abbiamo la possibilità di arricchirci di elementi i quali ci aiutano a comprendere meglio il fatto.
Tra cent'anni magari parleremo di Garibaldi in modo diverso: oggi lo consideriamo un eroe, magari un giorno stabiliremo che non era così. Potremo considerare in modo diverso la morte del comunismo - oggi lo consideriamo una negatività e forse lo rivaluteremo - così come certi aspetti del fascismo e del nazismo che oggi ci appaiono indiscutibilmente negativi.

Teme il tempo che passa?

No... Temo il tempo che è andato, perché ti dà la misura di quello che manca alla fine e soprattutto ti dà il senso dell'inutilità di tutto.