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Diverse visioni del tempo VITTORIO STORARO Scrivere
il tempo attraverso la luce: il sole, l'universo e i film in un incontro
con Vittorio Storaro, "cinematografo".
Vittorio
Storaro abita in una bella casa di campagna, in una frazione a sud di
Roma. Soffitto con travi a vista, scaffali stracolmi di libri, videocassette
e DVD, pareti tappezzate fino all'ultimo centimetro di dipinti naif
- da Ligabue a Udo Toniato. E poi c'è uno scaffale, quasi nascosto
dietro un angolo, che deborda di premi: i tre Oscar conquistati in meno
di dieci anni (per i film Apocalypse Now, Reds e L'ultimo imperatore)
ma anche una quantità infinita di trofei che vanno dai Nastri
d'Argento agli Emmy, coprendo praticamente tutto il panorama internazionale. di Alberto Farina
Mio padre non aveva il
tempo come amico, perché amava i ricordi: questo voleva dire
che nel suo passato non era stato attento, non aveva saputo essere presente
per godere quei momenti. Come affronta il problema della visualizzazione del tempo cinematografico? Tutti gli scrittori, nel preparare una sceneggiatura cinematografica, dividono il tempo in giorno e notte. Io invece ho visto che c'è una ampiezza maggiore di possibilità espressive: l'aurora, l'alba, il mattino, il giorno, il pomeriggio, il tramonto, l'imbrunire, la sera - prima di entrare nell'altra fascia del tempo, quello notturno. Nel primo libro della mia trilogia "Scrivere con la luce", pubblicata dalla Electa, spiego che nel leggere una sceneggiatura io tento sempre di scrivere con la luce la storia di un film. Per me è fondamentale collocare ogni scena in un tempo preciso della giornata. Questo mi permette di usare la luce come in una scrittura musicale, con un'ampiezza di tonalità e di variazioni. Per esempio Il tè nel deserto (1990) di Bertolucci: la prima parte era abbinata alla vita del protagonista maschile, di Port - visivamente, tutto il film seguiva il corso del sole, che tramontava con la morte di Port. La luna sorgeva con l'inizio della vita di Kit, la protagonista femminile: cercavo questa continua analisi di rapporto figurativo fra l'aspetto umano e il simbolico, il mitico, in cui il maschile e il femminile sono legati al solare e al lunare, al giorno e alla notte. Come si regola quando si tratta di raccontare archi temporali più lunghi - come in Novecento (1976), che racconta un bel pezzo di un secolo, o L'ultimo imperatore (1987), che percorre tutta la vita di un uomo? Il tentativo è sempre
individuare il concetto centrale di una storia. In Novecento si era
deciso di dividere la vita di un secolo (e di due uomini), in quattro
tempi seguendo le stagioni: l'estate è l'infanzia, e l'autunno
i vent'anni dei protagonisti, due adulti ormai divisi da condizioni
di vita e realtà sociali diverse. L'inverno è la presa
di potere del fascismo - un periodo di oscurantismo ideologico. La primavera
è il risorgere della natura, il ritorno di una libertà
individuale, psicologica e politica. Tutto ciò riguarda la preparazione concettuale del film. E cosa accade poi sul set? In genere, facendo cinema, la luce si cambia dopo ogni inquadratura: si sposta la macchina da presa e quindi i proiettori e le luci. Io invece, anche in seno alla stessa inquadratura, avevo bisogno di far vedere che il tempo variava. In una famosa sequenza de Il conformista (1970), Jean-Louis Trintignant e Stefania Sandrelli vanno a Parigi in treno. La scena, ovviamente, dura circa tre minuti cinematografici, ma con Bertolucci volevamo dare l'arco del tempo narrativo - un giorno di viaggio. All'esterno del vagone, quindi, il paesaggio varia in modo totalmente fantastico e cambia anche la luce. Sul piano simbolico c'è la possibilità di mostrare il passare del tempo anche in un tempo effettivamente molto breve. Questo ce l'ho sempre avuto nella testa: mostrare il percorso della luce - ovvero della materia, se torniamo a quella benedetta, straordinaria formula magica di Albert Einstein. L'energia infatti non è altro che la materia che si muove a una certa velocità, che è la velocità della luce. E quindi ho inventato un sistema che si chiama Light Board, una consolle elettronica delle luci, che mi permette il controllo di tutte le luci in modo da poter mostrare il variare del tempo all'interno di una stessa scena: perché mostro il percorso della luce, il fatto che nell'universo niente è fermo. È come se suonasse la luce con una tastiera... Esattamente: come se fosse un mixer di suoni, solo che lo faccio con la luce. E tutto per questa necessità che sentivo di esprimere il continuo andare dell'universo. In questo credo di essere stato un innovatore. Fu con Francis Coppola, nel 1980, nel preparare Un sogno lungo un giorno (1982). Lui voleva rinnovare lo studio che aveva acquisito e mi chiedeva di visualizzare questa sua storia, che si intersecava in ambienti diversi in tempi diversi, tra un protagonista maschile e uno femminile. Mi portò a Las Vegas dove vidi questa consolle meravigliosa, e potei utilizzarla. Dopo di allora l'ho fatta acquistare a Cinecittà e tutti i miei film successivi sono basati sulla possibilità di controllo delle luci. E quindi sulla possibilità di visualizzare il tempo che cammina. Verrebbe da dire che per lei lo strumento ideale per la misurazione del tempo sia - più che l'orologio, la meridiana: uno strumento dove il tempo scorre in modo graduale e non simulato - e che fra l'altro si basa proprio sulla luce... Dopo usciamo in giardino
e le faccio vedere un regalo che mi hanno fatto, conoscendo questo mio
amore per il tempo: è proprio una meridiana che ho appeso su
una parete della mia casa. Tutta la mia vita è basata sulla meridiana:
quando si gira in uno studio cinematografico si può controllare
l'angolazione della luce; ma quando siamo in esterni, ovviamente, il
mio amico-nemico è il sole e il moto della Terra. Il mio è
un tentativo continuo di simbiosi con il percorso del sole. Credo che
ci sia un rapporto molto speciale tra noi e il tempo, la posizione del
sole e un certo tipo di luce. Ho un esempio che riguarda L'ultimo imperatore
- la scena in cui l'Imperatore gioca a tennis e, improvvisamente, entrano
i signori della guerra, lo interrompono e lo cacciano dalla Città
Proibita, rendendolo allo stesso tempo un uomo libero: una scena molto
importante. Giriamo la prima parte nella mattinata: c'era un sole bellissimo,
perfetto per l'atmosfera tranquilla della prima parte della scena. Andiamo
in pausa pranzo e quando torniamo sul set il cielo è nero, completamente
coperto. Bertolucci e il produttore mi guardano: "Che facciamo,
Vittorio, andiamo a casa? La luce non si lega con quella di stamattina".
Ma io pensavo che la sequenza aveva bisogno di un cambiamento nell'illuminazione,
nel momento in cui i signori della guerra provocano questa grande svolta
politica: "Bernardo, secondo me dovremmo proseguire. Sembra quasi un rapporto magico con l'universo... C'è una cosa curiosa che sta accadendo recentemente. Io ho un Audemars-Piguet che mi è stato regalato per il mio cinquantesimo compleanno. Dopo dodici anni si è fermato. C'è un altro orologio che mi è stato regalato per Natale - un orologio da tasca dell'Ottocento. Anche quello si è fermato: si è staccato il vetro del quadrante e si è persa una lancetta. E infine: in giro per il mondo, non mi piace farmi svegliare dalle reception degli alberghi, e quindi mi procuro sempre delle piccole svegliette. Siccome ho una fissazione per il cerchio, che per me è il simbolo dell'equilibrio, mio figlio Giovanni me ne aveva regalata una circolare. S'è fermata anche quella, tutto nello stesso periodo. Ho, praticamente, il mio tempo fermo: sono i tre oggetti che porto sempre con me. Per finire, ci spiega una volta per tutte come mai nei suoi film non si firma mai "direttore della fotografia"? L'espressione
"direttore della fotografia" nasce da un grave errore dei
"cinematographers" americani, che volevano in qualche modo
mettersi sullo stesso piano dei registi (in inglese, "director").
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