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Diverse visioni del tempo

WALTER PEDULLÀ

Walter Pedullà, docente di Letteratura Italiana all'Università "La Sapienza"
di Roma, analizza i rapporti tra tempo e letteratura, giungendo a delineare una sorta di lezione di storia letteraria.

Walter Pedullà è nato nel 1930 a Siderno, in quel tratto di costa jonica calabrese guardato a distanza, nell'entroterra, dalla rupe di Gerace. Un luogo suggestivo, ma anche una sorta di monito alla "leggerezza" dei villeggianti che affollano le marine. Scendendo, un centinaio di chilometri verso sud-ovest, c'è Reggio Calabria e, poi, di là dallo stretto, Messina. Qui Pedullà si laureò in Lettere con Giacomo Debenedetti, del quale fu poi assistente universitario, dal 1958 al 1967, presso "La Sapienza" di Roma. Nello stesso Ateneo, dopo aver insegnato Letteratura e Lingua Italiana all'Istituto Universitario Orientale di Napoli e Storia della critica al Magistero di Salerno, è Professore Ordinario di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. E' stato critico letterario di "Mondo Nuovo" (1959-1961) e, dal 1961, del quotidiano "L'Avanti!". Collabora con "Il Mattino" di Napoli, "Il Messaggero" di Roma e "ItaliaOggi" di Milano. Presso la RAI è stato Consigliere d'amministrazione dal 1975 al 19 febbraio 1992, quando fu eletto Presidente. Giornalista professionista, ha diretto case editrici, riviste e varie collane di libri.
Attualmente, oltre all'insegnamento universitario, dirige per il Poligrafico dello Stato la collana di classici "Cento Libri per Mille Anni", che raccoglie circa otto secoli di tradizione letteraria, e due riviste culturali: "Il caffè illustrato" e "L'Illuminista".
Ha pubblicato una ventina di volumi, tra cui "La letteratura del benessere", "La rivoluzione della letteratura", "La letteratura emarginata", "Alberto Savinio", "Lo schiaffo di Svevo", "Le caramelle di Musil", "Carlo Emilio Gadda", "La narrativa italiana contemporanea", "Le armi del comico", "I titoli". Con lui abbiamo parlato di tempi, ritmi e storia della letteratura, naturalmente. Ma anche di cinema, teatro, televisione... e vita quotidiana.

di Maurizio Favot e Simonetta Suzzi

 

 

Tra tutte le metafore legate all'idea di tempo, quali sono quelle che le vengono in mente?

Una fra tante, "Che tempi! Che costumi!", traduzione del latino "O tempora! O mores!", che esprime l'idea del moralista che ha nostalgia del passato.
Oppure, per esempio, c'è una celebre mozione culturale di Giuseppe Antonio Borgese che aveva detto "Adesso é tempo di edificare", per sostenere l'importanza del costruire dopo che si era lavorato per distruggere, facendo riferimento all'attività delle avanguardie storiche, quali il Futurismo e il Dadaismo, e soprattutto alla Prima Guerra Mondiale.
C'è poi l'espressione "Ha fatto il suo tempo", che indica qualcosa che è ormai finito. Sono tutti dei modi di dire. Non la finiremo mai di trovare locuzioni di questo genere.

Considerando il concetto di tempo in letteratura, cosa può significare il tempo nella narrativa?

C'è uno studioso, un filosofo francese che si chiama Ricoeur, che ha pubblicato una grossa opera sul tempo nel racconto. Al di là dell'opera di Ricoeur, comunque, in letteratura c'è un episodio dove il concetto del tempo viene raccontato in un modo molto particolare. Negli appunti di Italo Svevo, lo scrittore, mentre parla di letteratura, racconta un suo momento personale di rivelazione del tempo. Osservando un fabbro - se non ricordo male - che stava battendo con un martello su un'incudine, Svevo si aspetta una perfetta identità di tempo tra il momento in cui il martello cade sull'incudine e il rumore del battito. Invece il suono arriva un po' più tardi, come se ci fosse una specie di dissociazione spazio temporale dell'evento.
Sul problema del tempo, poi, la letteratura del Novecento conta parecchi episodi. Pensando ad un tipo particolare di letteratura, potrei portare un esempio curioso: l'impiego di un tempo verbale come l'infinito presente in un grande scrittore siciliano, Antonio Pizzuto, molto stimato dalla critica e poco letto dai lettori, perché obiettivamente complicato. La storia è sostanzialmente questa: il protagonista di questo libro accompagna a casa la sua ragazza, Maria, da lui molto amata e desiderata. E' sera, si accendono le luci e il protagonista guardando in una casa vicina, vede una donna, che attraversa una stanza. L'azione è espressa usando il verbo "traversare" all'infinito presente. La donna potrebbe identificare sia la madre, sia la Maria di cui il protagonista è innamorato; in realtà è una qualsiasi massaia che attraversa la stanza portando una zuppa in tavola. In lui, però, si associano le immagini di questa donna e dell'amata che ha da poco lasciato, e la pagina narrativa esprime il desiderio che anche al protagonista sia dato un giorno di vivere in una casa in cui Maria abbia le caratteristiche e le abitudini che aveva individuato in sua madre. Il futuro, così, tende a coincidere con il passato.
L'infinito presente è contemporaneamente il verbo dell'attualità delle cose, del desiderio delle cose, della nostalgia delle cose.

In letteratura, quindi il modo di usare i verbi può evocare vari significati, dietro una sequenza temporale...

Sì. Per esempio, sui tempi dei verbi c'è un celebre manifesto tecnico di Marinetti, dove si consiglia di non usare i tempi finiti, ma gerundi, participi, infiniti e via dicendo, che non limitano il tempo e danno così la possibilità di spaziare.

Parlando di Marinetti, visto che il futurismo esaltava le macchine e la velocità, lei pensa che questo abbia portato già all'epoca ad una voglia di accelerazione dei tempi?

In questo senso, proprio l'uso dell'infinito evoca più che un'accelerazione dei tempi. Nell'infinito c'è non soltanto l'idea di un presente, ma di un presente che non ha limiti. La velocità corre avanti e indietro verso il più remoto passato e contemporaneamente verso il più lontano futuro. Esiste un procedimento nella letteratura degli anni tra le due guerre, più o meno dei primi trent'anni del XX secolo, di velocizzazione dell'evento, chiamato processo di "epifania". Si tratta di un evento nel quale, in una situazione che normalmente è quasi trascurabile, quotidiana, si produce qualcosa per cui dentro a quel dettaglio si manifesta l'assoluto. Si chiama epifania, come nella manifestazione del sacro, identificata in un bambinello qualsiasi che diventa Dio. Nel momento in cui si sta ricordando, ad esempio, il tempo lento della memoria si perde in tutta la distanza che separa il ricordo dal momento presente, nell'epifania invece c'è un'improvvisa accelerazione, data dall'associazione: all'improvviso c'è uno scatto della mente, per il quale qualcosa che è successo quando eravamo bambini è avvertito nel momento attuale, tanto intensamente che pare quasi di riviverlo.
Questi sono fenomeni diffusi nella letteratura di Proust, di Joyce, scrittori che procedono attraverso epifanie. L'epifania ha un tempo particolarmente veloce perché si manifesta come una folgorazione. Salta i tempi, la gradualità, perché il processo di associazione tende ad avvicinare due cose che sono distanti e che vengono improvvisamente identificate. Un altro esempio curioso può essere quello raccontato in un libro di Massimo Bontempelli "Gente nel tempo", dove si narra di un evento verificatosi in un paese, la morte di una donna, una grande vecchia, che dà il via ad una serie di altre morti nella stessa famiglia, tutte a distanza di cinque anni. Tutti cominciano a pensare che la coincidenza è una legge temporale, che si identifica con la morte di uno dei componenti di quella famiglia. Quindi, quelli che restano sono presi dal terrore all'avvicinarsi di quella data e allora, il tempo che prima scorre lento, nel momento in cui si avvicina la scadenza subisce un tipo di accelerazione spasmodica che dà ansia e sconvolge drammaticamente delle vite che si svolgono in una routine quotidiana, in cui generalmente nulla accade, e che subiscono in quel caso una sorta di accelerazione. Il tempo è mutato, perché si sta avvicinando una data che coincide addirittura con la morte.

Per quanto riguarda invece i tempi televisivi, cinematografici o teatrali, qual è la differenza con quelli della letteratura?

Bisognerebbe andare a vedere caso per caso le tecniche utilizzate da questi mezzi di comunicazione. La televisione, ad esempio, ha un proprio linguaggio, derivato sostanzialmente dal cinema, verso il quale è manifestamente in debito. La cosa più importante é che la televisione ha dato la possibilità di far verificare una perfetta coincidenza dei tempi. Accendendo il televisore è possibile far saltare i tempi, perché si possono vedere le cose in tempo reale. Siamo bersagliati tutti i giorni da notizie tremende. Nel pubblico c'è quasi una predilezione per l'evento tragico, e grazie alla televisione ci troviamo a dover farci carico delle nostre tragedie che viviamo nell'ambito cittadino e familiare, nazionale, europeo e mondiale. Tutto questo salto di spazio e di tempo ha provocato sicuramente qualcosa in termini antropologici. La televisione è uno di quei mezzi in cui il tempo ha dovuto fare i conti con qualcosa che non sembrava fosse possibile: la possibilità di essere onnipresenti in questo modo può inorgoglire l'uomo, che ha creato un mezzo che gli può dare l'impressione di vedere, constatare e osservare cosa succede nello stesso attimo in cui si verifica una cosa. Gli uomini hanno acquistato qualcosa in più attraverso la televisione, rispetto agli altri mezzi di comunicazione.

E l'avvento di Internet ha dato ancora di più un'accelerazione in questo senso....

Certamente. Internet ha ancora più amplificato tutto questo. Invece il teatro, diverso rispetto alla televisione e soprattutto al cinema, dà un contatto diretto con il pubblico. Si vive però un tempo diverso della comunicazione. Con il teatro si può influenzare il pubblico. Non è mai avvenuto che eventi politici siano accaduti in conseguenza di un film, mentre per il teatro è capitato. Un teatro può essere anche il luogo di un comizio o di propaganda, da cui si producono eventi di grande impatto.

Se potesse tornare indietro nel tempo, c'è un'epoca in cui le piacerebbe particolarmente ritrovarsi, e c'é qualche personaggio del passato che le piacerebbe incontrare?

Sono troppo timido per fare qualche domanda a qualche personaggio storico. Comunque, mi piacerebbe dialogare con Ariosto e avere la possibilità di fare un po' di umorismo con Cervantes.

La sua è una passione per il Cinquecento?

Mi sembra un'epoca popolata da persone geniali. Io però mi sono dedicato a studi di letteratura contemporanea, perché credo che ci possano essere grandi scrittori anche nel presente. Ce ne sono parecchi. Perciò mi sembra mio dovere considerare il tempo in cui sono nato e fare in modo che proprio in questo tempo le cose vadano il meglio possibile. In questo senso, nel gioco del mezzo bicchiere vuoto o mezzo pieno, io sono sempre propenso a dire che il bicchiere è mezzo pieno.
Il presente è importante. Giocare alla macchina del tempo può essere divertente, ma fino a un certo punto. Devo essere realista. Il Novecento è la mia epoca, e ora il nuovo millennio. Mi auguro che tutto vada bene: questo è il tempo di mio figlio, e vorrei che quella che lui sta vivendo fosse un'epoca bellissima. Non voglio andare indietro: non sono un futurista, però demando un po' di problemi da risolvere al futuro.

Quali sono state le tappe fondamentali della sua vita?

Sono nato in un paese calabrese settant'anni fa. Era una società molto povera, una di quelle civiltà contadine, di cui Zavattini avrebbe detto "Era così povero quel funerale, che mancava persino il cadavere".
Di quell'epoca ho un bel ricordo, non per l'oggetto della memoria, ma solo per il fatto che ero un ragazzo. Ho condotto in allegria una vita faticosissima. La media della mia giornata lavorativa è di circa 14 ore quotidiane fin da quando avevo 20 anni. Ho lavorato molto, ma con il piacere per quello che facevo. Sono diventato professore universitario. Mi piace farlo e lo sto facendo ancora. Ho fatto per oltre 30 anni il giornalista e il critico militante, leggendo e "accompagnando" tutti coloro che hanno scritto di narrativa o di poesia. Mi sono interessato di televisione e sono arrivato persino a diventare il Presidente della massima industria culturale, quale era la RAI. Ho scritto dei libri e continuo a scriverli. Attualmente mi occupo di una collana di classici italiani, "Cento Libri per Mille Anni", e sono qui a leggere e scegliere testi di tutta una tradizione letteraria di circa otto secoli. Mi piace questa specie di "pendolarismo" tra il passato e il futuro. In questa sorta di altalena io mi diverto moltissimo. Sono talmente indaffarato che sono sempre in debito con il tempo.
Per quel riguarda le cose che devo fare nella mia giornata il mio bicchiere, per citare l'esempio di prima, in questo caso è mezzo vuoto.