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Diverse visioni del tempo

MASSIMILIANO FUCKSAS

"L'importanza dell'architettura è tutto ciò che c'è dietro ad un progetto, la magia senza la quale un'opera si impoverisce. Non conta il materiale con cui è costituito l'oggetto, ma la suggestione che l'oggetto stesso riesce ad emanare. Questo per me è l'architettura, e tante altre cose ancora..."


Massimiliano Fuksas è considerato uno dei maggiori architetti europei. Il suo progetto della "nuvola", realizzato per il nuovo Centro Congressi dell'Eur a Roma, è un esempio architettonico di assoluta novità mondiale.
E' durante gli anni Ottanta che Fuksas inizia il suo lavoro in giro per il mondo, dalla realizzazione del centro culturale di Rezé, in Francia, alle Torri Gemelle a Vienna, fino al Centro della Pace a Jaffa, su commissione di Simon Perez e Yasser Arafat. Lo abbiamo incontrato nel suo studio romano, dove numerosi ragazzi cominciano a muovere i primi passi nel mondo di questa affascinante professione. Dal nostro colloquio, è emersa la figura di un professionista che considera l'architettura come una filosofia di vita, più che come un'arte concreta in sé. Un'arte che però deve sempre misurarsi con la società. Ciò che incuriosisce è la rilevanza che questo "artista della costruzione" dà ai significati più intimi che un'opera racchiude, più che al lato tecnico di una realizzazione. Fuksas, sorvolando su schemi e strutture rigide, convenzionali, va oltre quello è il progetto nel senso più specialistico del termine e dà vita ad un pensiero architettonico che diventa quasi metafisico. La matita e la carta sono solo il mezzo per trasporre un pensiero, un'idea, che deve prima nascere dalla propria sensibilità. Ecco allora la filosofia dell'architetto...

di Simonetta Suzzi

 

 

Quali sono i tempi che compongono le fasi della nascita e dell'evoluzione dell'opera di un architetto?

Purtroppo non ci sono tempi. E' una cosa che può essere immediata o lunga. Un'architettura per essere realizzata ha bisogno di tempi troppo lunghi. La costruzione ad esempio delle Torri di Vienna è stata fatta in ventiquattro mesi, però ci sono stati tre anni di studi. Un ciclo di cinque anni per realizzare un'opera così importante per me è troppo. Per i tempi italiani sembra una cosa rapidissima. Io invece dico sempre che un progetto va immaginato in non più di venti minuti, deve essere rapidissimo, perché altrimenti perde forza, fantasia e immaginazione. Il progetto di architettura non nasce dalla penna o dalla matita o da qualunque altro strumento, nasce dalla testa. Il disegno è la parte pratica. Se non si ha prima l'idea, l'arte diventa forma, diventa qualche cosa di meccanico, priva di poesia. Più si accorciano i tempi tra l'invenzione e la realizzazione e più l'architettura rimane forte, con la capacità di comunicare. Altrimenti si impoverisce.
I tempi lunghi sono contrari all'architettura. E' l'accelerazione dei processi la parte più importante: l'appiattimento del concetto di tempo.

Quindi il tempo nel suo lavoro non ha un ruolo determinante?

La mia maggiore premura è quella di annullare il tempo. La frase che io dico più spesso è "non ho tempo". E' importante il fare le cose immediatamente, senza neanche pensarci. Il momento più bello per me, per immaginare l'architettura, è tra lei sei e le sei e mezza di mattina, quando sono in una specie di dormiveglia, un momento in cui non esiste dilatazione dei tempi: il momento in cui il tempo scompare.

Un progetto però è caratterizzato da scadenze ben precise che mal si conciliano con la nascita di un'opera creativa. Costituiscono un limite?

Le scadenze non sono tempo: le ha chi non inventa. Il mio tempo di immaginazione è sempre anteriore alle scadenze. La scadenza è una cosa materiale, meccanica, perciò non può incidere sul lavoro, non è un limite. Tutto questo fa parte di quello che è facilmente risolvibile. La parte più difficile è immaginare. Ogni volta che finisco un progetto, mi sento completamente svuotato. E' come se non avessi più nulla da fare, penso sempre che non avrò mai più idee nella vita. Puoi diventare formalista, copiare te stesso, puoi fare sempre la stessa cosa, ripetere una cosa vecchia e ripresentarla. Il mio modo per difendermi da questo, dal passato e dal futuro in pratica, è quello di dire sempre "questo non lo facciamo perché l'abbiamo già fatto". E ogni progetto è nuovo, sperimenta qualche cosa che non conosciamo. Io non posso andare a letto la sera senza aver inventato qualcosa. Mi sentirei come se avessi perso un pezzo della mia vita, come se il tempo scorresse inutilmente.
Si perde tempo quando in una giornata non ti è uscito fuori quello che volevi fare uscire, se non c'è la trasposizione di un'idea nella realtà. Le idee non sono materiali. Molti pensano che l'architetto si faccia disegnando. L'architetto lo si fa pensando. Inoltre, l'architettura non nasce dall'architettura. Bisognerebbe guardare agli esempi precedenti solo per non ripetere quello è stato fatto prima. E' il concetto di forma. Per me la forma è un elemento limitativo, per altri, invece, è l'unico ancoraggio con la realtà. Io credo che quello che conta sia lo spirito, l'anima di un progetto.
Qualunque forma non è abbastanza per dare l'anima a una cosa.

Mi sembra di capire che lei non ricerchi riferimenti artistici nel passato...

Il mio problema è quello di dimenticare il passato, l'attimo precedente. Altrimenti non si può inventare. Ogni giorno io dimentico quello che ho fatto il giorno prima, lo cancello. Si va a immagazzinare in un angolo del mio subconscio, ma non lo voglio tirare fuori. Per me lo psicanalista è uno dei mestieri che uccide la fantasia. Io devo dimenticare, non ricordare, altrimenti farei sempre lo stesso progetto.

Ma non crede che bisognerebbe preservare una coscienza del passato?

La sua è una visione romantica. Viviamo ancora in un tempo di guerre tribali, di bombardamenti, di gente che si ammazza. Non mi sembra che l'esperienza sia stata utile. Allora forse il passato non è poi così importante. L'unica cosa certa è l'essere umano. Dalla sua comparsa su questo pianeta, l'uomo ha acquisito una violenza spaventosa. Nel nostro DNA abbiamo talmente tanta aggressività, che ci vorrebbero milioni e milioni di anni per eliminarla. Non serve il tempo a fare l'esperienza, perché di fondo l'uomo è cattivo, e la società è quella che produce l'uomo.

Quindi non ha mai desiderato di poter tornare indietro nel tempo, o di fermare il suo corso?

Assolutamente no. Non vorrei farlo anche se potessi. Io desidero e soprattutto accetto di invecchiare. Ogni età ha il suo momento. A me piace il ciclo: voglio essere stato bambino, ragazzo, adulto, vecchio e poi morire. Voglio avere le rughe, spero sempre di averne un po' di più. La gente cerca di fermare il tempo perché ha paura della morte. Questo è il problema. Il sogno comune è quello di fermare l'orologio. Questo è un mondo di immagini. La realtà non conta più, conta come si appare.
No, non voglio assolutamente tornare indietro. E' in quest'attimo che tutto avviene. Non guardo mai i miei libri o tutto ciò che viene pubblicato su di me. Non guardo neanche le pubblicazioni che mi riguardano. Perché non voglio avere uno stato di soddisfazione o di compiacimento che non mi permetta più di pensare. Non ricordo le cose che ho fatto e non le voglio ricordare. Il mio progetto più interessante è sempre quello che farò domani.

Nel suo libro, "Frames", lei sostiene che il concetto di tempo in architettura ha superato quello di spazio. Ci può chiarire meglio questo assunto?

L'architettura prima si basava sull'occupazione, sull'organizzazione di uno spazio. Io ho cominciato a pensare che lo spazio non fosse né sufficiente, né interessante. L'importante sono i cambiamenti che avvengono, le modificazioni. Lo spazio è diventato un modello di rigidità spaventosa. Ciò che conta non è più l'immagine, ma il tempo fra un'immagine e l'altra. La dimensione dei "frames" è la velocità, è il modo di usare il tempo al posto dello spazio. Io non ho mai amato nel cinema la camera fissa: tenere una cinepresa puntata per cinque minuti sullo stesso oggetto serve a distruggere la pazienza di qualsiasi spettatore.

Lei ha affermato che il lavoro dell'architetto è paragonabile a quello di un regista. In che senso?

Nel cinema, specialmente in quello di Hitchcock, c'è il sistema del concetto di montaggio che gli architetti non avevano. Intorno al 1980, hanno cominciato a capire che bisognava procedere su binari diversi. C'era un immagine fissa, la foto che rappresentava un oggetto da un determinato punto di vista e che veniva poi veicolata dalle riviste e dai libri. Era quanto avremmo ricordato di quell'opera. L'immagine invece, come la vedo io, assomiglia molto di più ad un videoclip, all'accelerazione del progetto, al montaggio. La cosa più bella nel cinema è il montaggio, non la lunga sequenza. Sono i tempi.
Io faccio l'architettura come il montaggio cinematografico.

Lei dedica molto del suo lavoro alla riqualificazione delle periferie. Che differenza c'è, in questo senso, fra due città come Roma e Parigi, quelle che lei chiama "la mia città"?

Sono diversissime. Roma è molto più grande di Parigi ed ha una popolazione molto più numerosa, perciò la gestione del comune è molto più difficile e complicata. Il comune di Roma, a differenza di Parigi che è divisa in varie aree comunali, comprende un territorio estremamente esteso. Dal punto di vista logistico sono entrambe facili, ma da quello strutturale sono diverse. Quello che è rimasto a Parigi, e che Roma sta perdendo, è il concetto di vita di quartiere. A Parigi sono stati mantenuti i mercati rionali, non rovinati da strutture orrende. I mercati di Parigi hanno una loro storia, sono rispettati, amati e conosciuti dai Parigini.

Crede che con l'architettura moderna si possa perdere quella che è la tradizione storica di una città?

Il concetto di città è terminato. Non esiste più, esistono le megalopoli, realtà che contano un numero spropositato di abitanti. Ci sono città che stanno crescendo enormemente e luoghi che si stanno spopolando, come le campagne. Il futuro dell'umanità sono le grandi metropoli. Nelle aree urbane vive circa la metà della popolazione mondiale. Ormai non c'è più soluzione di continuità tra città e fuori, l'autostrada è diventata quasi una strada cittadina, di quartiere. Anticamente la città era un luogo delimitato: c'era il centro, la periferia e i sobborghi, poi c'era la campagna. Adesso non esiste più questa divisione.


In considerazione degli eventi dell'11 settembre 2001, cosa pensa dei progetti in corso di preparazione per sostituire le Twin Towers? Quanto tempo pensa che ci vorrà per metabolizzare la perdita di un simbolo così importante?

Io personalmente non ho nessuna angoscia al pensiero dell'eliminazione delle Torri Gemelle, quello che mi preoccupa sono le migliaia di vite umane andate perdute. Io faccio spazi per viverci dentro, sono attento alla vita della gente, vorrei che tutti vivessero bene. L'architetto non deve soltanto inventare delle forme o delle immagini. Le Torri Gemelle erano due edifici costruiti al tempo in cui l'architettura voleva toccare il cielo. Erano il simbolo di New York, non dell'America. L'unica alternativa è farci un parco o delle costruzioni sempre in altezza. La gente non ha memoria. Il rimuovere appartiene alla possibilità di sopravvivenza di una specie. Il peso del passato, sia delle cose buone che delle sofferenze, ci schiaccerebbe.

Il suo progetto del nuovo centro congressi di Roma, all'Eur - una "nuvola" in acciaio e gore-tex - andrà a valorizzare un'area periferica residenziale. Ci spiega meglio di cosa si tratta?

E' la ricerca della non-forma. Come ho già detto, ho sempre cercato, anche a volte senza riuscirvi, di eliminare il concetto di forma. Credo che la forma sia una delle ultime cose che ci rimane di un passato rigido, in cui l'architettura è legata a una disciplina.
Io credo che l'architettura debba essere integrata al mondo dell'umano. Un oggetto per me deve avere una magia, deve raccontare una storia. Questo progetto l'hanno ribattezzato "la nuvola". Io non avevo mai detto che lo fosse. Si tratta di un vasto spazio polifunzionale di 15.000 metri quadrati, all'interno del quale si leva la "nuvola", sospesa su un grande spazio libero al livello della strada. Al suo interno sono previste tre sale per conferenze, un auditorium, caffè e ristoranti. In pratica ho racchiuso una nuvola in una scatola...
Il prossimo progetto non sarà più chiuso, ma sarà sempre più informale, con meno rigidità e meno geometrie.


Le principali opere di Massimiliano Fuksas


2000-2003 Progetto della nuova sede dell'Agenzia Spaziale Italiana, Roma.
1999-2004 Progetto del nuovo Centro Congressi Italia, Roma.
1997-2000 Realizzazione del Centro della Pace a Jaffa (Israele) su commissione di Simon Perez
e Yasser Arafat.
1995-1999 Realizzazione di due torri per uffici, sede della società Wienerberger a Vienna, Austria;
1995-1999 Sistemazione urbanistica e paesaggistica della Place des Nations nel quartiere
internazionale a Ginevra Svizzera;
1994-1997 Centro affari di 150.000 mq a Salisburgo, Austria;
1994-1997 Progettazione e realizzazione del liceo Maximilien Perret ad Alfortville, Francia;
1992-1997 Ristrutturazione del fronte Senna a Clichy, Parigi, Francia;
1992-1994 Università nel centro di Brest, Francia;
1990-1992 Riabilitazione del Convent des Pénitents in "Institut Européen d'Aménagement et d'Architecture" INEEA a Rouen, Francia;
1989-1991 Maison du Cablage et de la Communication a Saint-Quentin-en- Yvelines, a Parigi, Francia;
1987-1996 Quartiere di abitazioni a Candie Saint-Bernard, vicino alla Bastille a Parigi.