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Diverse visioni del tempo MASSIMILIANO FUCKSAS "L'importanza dell'architettura è tutto ciò che c'è dietro ad un progetto, la magia senza la quale un'opera si impoverisce. Non conta il materiale con cui è costituito l'oggetto, ma la suggestione che l'oggetto stesso riesce ad emanare. Questo per me è l'architettura, e tante altre cose ancora..."
di Simonetta Suzzi
Quali sono i tempi che compongono le fasi della nascita e dell'evoluzione dell'opera di un architetto? Purtroppo non ci sono tempi.
E' una cosa che può essere immediata o lunga. Un'architettura
per essere realizzata ha bisogno di tempi troppo lunghi. La costruzione
ad esempio delle Torri di Vienna è stata fatta in ventiquattro
mesi, però ci sono stati tre anni di studi. Un ciclo di cinque
anni per realizzare un'opera così importante per me è
troppo. Per i tempi italiani sembra una cosa rapidissima. Io invece
dico sempre che un progetto va immaginato in non più di venti
minuti, deve essere rapidissimo, perché altrimenti perde forza,
fantasia e immaginazione. Il progetto di architettura non nasce dalla
penna o dalla matita o da qualunque altro strumento, nasce dalla testa.
Il disegno è la parte pratica. Se non si ha prima l'idea, l'arte
diventa forma, diventa qualche cosa di meccanico, priva di poesia. Più
si accorciano i tempi tra l'invenzione e la realizzazione e più
l'architettura rimane forte, con la capacità di comunicare. Altrimenti
si impoverisce. Quindi il tempo nel suo lavoro non ha un ruolo determinante? La mia maggiore premura è quella di annullare il tempo. La frase che io dico più spesso è "non ho tempo". E' importante il fare le cose immediatamente, senza neanche pensarci. Il momento più bello per me, per immaginare l'architettura, è tra lei sei e le sei e mezza di mattina, quando sono in una specie di dormiveglia, un momento in cui non esiste dilatazione dei tempi: il momento in cui il tempo scompare. Un progetto però è caratterizzato da scadenze ben precise che mal si conciliano con la nascita di un'opera creativa. Costituiscono un limite? Le scadenze non sono tempo:
le ha chi non inventa. Il mio tempo di immaginazione è sempre
anteriore alle scadenze. La scadenza è una cosa materiale, meccanica,
perciò non può incidere sul lavoro, non è un limite.
Tutto questo fa parte di quello che è facilmente risolvibile.
La parte più difficile è immaginare. Ogni volta che finisco
un progetto, mi sento completamente svuotato. E' come se non avessi
più nulla da fare, penso sempre che non avrò mai più
idee nella vita. Puoi diventare formalista, copiare te stesso, puoi
fare sempre la stessa cosa, ripetere una cosa vecchia e ripresentarla.
Il mio modo per difendermi da questo, dal passato e dal futuro in pratica,
è quello di dire sempre "questo non lo facciamo perché
l'abbiamo già fatto". E ogni progetto è nuovo, sperimenta
qualche cosa che non conosciamo. Io non posso andare a letto la sera
senza aver inventato qualcosa. Mi sentirei come se avessi perso un pezzo
della mia vita, come se il tempo scorresse inutilmente. Mi sembra di capire che lei non ricerchi riferimenti artistici nel passato... Il mio problema è quello di dimenticare il passato, l'attimo precedente. Altrimenti non si può inventare. Ogni giorno io dimentico quello che ho fatto il giorno prima, lo cancello. Si va a immagazzinare in un angolo del mio subconscio, ma non lo voglio tirare fuori. Per me lo psicanalista è uno dei mestieri che uccide la fantasia. Io devo dimenticare, non ricordare, altrimenti farei sempre lo stesso progetto. Ma non crede che bisognerebbe preservare una coscienza del passato? La sua è una visione romantica. Viviamo ancora in un tempo di guerre tribali, di bombardamenti, di gente che si ammazza. Non mi sembra che l'esperienza sia stata utile. Allora forse il passato non è poi così importante. L'unica cosa certa è l'essere umano. Dalla sua comparsa su questo pianeta, l'uomo ha acquisito una violenza spaventosa. Nel nostro DNA abbiamo talmente tanta aggressività, che ci vorrebbero milioni e milioni di anni per eliminarla. Non serve il tempo a fare l'esperienza, perché di fondo l'uomo è cattivo, e la società è quella che produce l'uomo. Quindi non ha mai desiderato di poter tornare indietro nel tempo, o di fermare il suo corso? Assolutamente no. Non vorrei
farlo anche se potessi. Io desidero e soprattutto accetto di invecchiare.
Ogni età ha il suo momento. A me piace il ciclo: voglio essere
stato bambino, ragazzo, adulto, vecchio e poi morire. Voglio avere le
rughe, spero sempre di averne un po' di più. La gente cerca di
fermare il tempo perché ha paura della morte. Questo è
il problema. Il sogno comune è quello di fermare l'orologio.
Questo è un mondo di immagini. La realtà non conta più,
conta come si appare. Nel suo libro, "Frames", lei sostiene che il concetto di tempo in architettura ha superato quello di spazio. Ci può chiarire meglio questo assunto? L'architettura prima si basava sull'occupazione, sull'organizzazione di uno spazio. Io ho cominciato a pensare che lo spazio non fosse né sufficiente, né interessante. L'importante sono i cambiamenti che avvengono, le modificazioni. Lo spazio è diventato un modello di rigidità spaventosa. Ciò che conta non è più l'immagine, ma il tempo fra un'immagine e l'altra. La dimensione dei "frames" è la velocità, è il modo di usare il tempo al posto dello spazio. Io non ho mai amato nel cinema la camera fissa: tenere una cinepresa puntata per cinque minuti sullo stesso oggetto serve a distruggere la pazienza di qualsiasi spettatore. Lei ha affermato che il lavoro dell'architetto è paragonabile a quello di un regista. In che senso? Nel cinema, specialmente
in quello di Hitchcock, c'è il sistema del concetto di montaggio
che gli architetti non avevano. Intorno al 1980, hanno cominciato a
capire che bisognava procedere su binari diversi. C'era un immagine
fissa, la foto che rappresentava un oggetto da un determinato punto
di vista e che veniva poi veicolata dalle riviste e dai libri. Era quanto
avremmo ricordato di quell'opera. L'immagine invece, come la vedo io,
assomiglia molto di più ad un videoclip, all'accelerazione del
progetto, al montaggio. La cosa più bella nel cinema è
il montaggio, non la lunga sequenza. Sono i tempi. Lei dedica molto del suo lavoro alla riqualificazione delle periferie. Che differenza c'è, in questo senso, fra due città come Roma e Parigi, quelle che lei chiama "la mia città"? Sono diversissime. Roma è molto più grande di Parigi ed ha una popolazione molto più numerosa, perciò la gestione del comune è molto più difficile e complicata. Il comune di Roma, a differenza di Parigi che è divisa in varie aree comunali, comprende un territorio estremamente esteso. Dal punto di vista logistico sono entrambe facili, ma da quello strutturale sono diverse. Quello che è rimasto a Parigi, e che Roma sta perdendo, è il concetto di vita di quartiere. A Parigi sono stati mantenuti i mercati rionali, non rovinati da strutture orrende. I mercati di Parigi hanno una loro storia, sono rispettati, amati e conosciuti dai Parigini. Crede che con l'architettura moderna si possa perdere quella che è la tradizione storica di una città? Il concetto di città è terminato. Non esiste più, esistono le megalopoli, realtà che contano un numero spropositato di abitanti. Ci sono città che stanno crescendo enormemente e luoghi che si stanno spopolando, come le campagne. Il futuro dell'umanità sono le grandi metropoli. Nelle aree urbane vive circa la metà della popolazione mondiale. Ormai non c'è più soluzione di continuità tra città e fuori, l'autostrada è diventata quasi una strada cittadina, di quartiere. Anticamente la città era un luogo delimitato: c'era il centro, la periferia e i sobborghi, poi c'era la campagna. Adesso non esiste più questa divisione. Io personalmente non ho nessuna angoscia al pensiero dell'eliminazione delle Torri Gemelle, quello che mi preoccupa sono le migliaia di vite umane andate perdute. Io faccio spazi per viverci dentro, sono attento alla vita della gente, vorrei che tutti vivessero bene. L'architetto non deve soltanto inventare delle forme o delle immagini. Le Torri Gemelle erano due edifici costruiti al tempo in cui l'architettura voleva toccare il cielo. Erano il simbolo di New York, non dell'America. L'unica alternativa è farci un parco o delle costruzioni sempre in altezza. La gente non ha memoria. Il rimuovere appartiene alla possibilità di sopravvivenza di una specie. Il peso del passato, sia delle cose buone che delle sofferenze, ci schiaccerebbe. Il suo progetto del nuovo centro congressi di Roma, all'Eur - una "nuvola" in acciaio e gore-tex - andrà a valorizzare un'area periferica residenziale. Ci spiega meglio di cosa si tratta? E' la ricerca della non-forma.
Come ho già detto, ho sempre cercato, anche a volte senza riuscirvi,
di eliminare il concetto di forma. Credo che la forma sia una delle
ultime cose che ci rimane di un passato rigido, in cui l'architettura
è legata a una disciplina.
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