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EDITORIALE

Hardware & software

Per “hardware” gli anglofoni (e oramai praticamente tutte le popolazioni del mondo “civilizzato”) intendono il supporto materiale che costituisce gli oggetti, per lo più tecnici, che usiamo. Il “software”, invece, è l’insieme di procedure che consentono a quegli oggetti di funzionare ed essere usati. Nel caso di un personal computer è abbastanza ovvio che l’hardware sia costituito dalla scatola che contiene il microprocessore e molte altre cose, ma anche da tutte le “periferiche”. Il software è quello che viene prodotto e venduto dalle software-house (leggi, ad esempio, la Microsoft del famosissimo Bill Gates) e che, sotto forma di “programmi”, “driver” e quant’altro sia trasferibile ad una “memoria fisica” sotto forma di segnali digitali, istruisce il computer stesso su come deve rispondere ai nostri comandi.
Con il termine hardware, nel linguaggio comune, ci si riferisce sempre più spesso a qualsiasi oggetto reale (nella sua bruta consistenza materiale) e con software a tutta l’intelligenza inserita in quell’oggetto in forma del tutto immateriale, che gli permette di funzionare e/o di esprimere valori particolari.

Con una rapida ricerca in Internet, ho potuto appurare che il corpo umano è composto mediamente dalle seguenti sostanze chimiche: Acqua 65%, Proteine 20%, Lipidi 10%, Sali minerali 4%, Glucidi 1%, Vitamine in tracce.
Ciò detto, chi di noi potrebbe ragionevolmente affermare che un essere umano equivale mediamente alla somma delle sostanze di cui sopra? E chi potrebbe affermare che, vista la sostanziale equivalenza delle sostanze costituenti, fra un uomo e un gorilla non c’è differenza? Ora veniamo a noi: in un orologio d’acciaio si trovano normalmente le seguenti sostanze: Ferro, Carbonio, Nichel, Cromo, Ottone, Rodio, Berillio, Rame, Silicio, Caucciù, composti organici, etc. Eppure, non credo che a nessuno di noi verrebbe in mente di paragonare questo elenco con quello di una moderna batteria da cucina e trarne che un orologio e una pentola sono più o meno la stessa cosa…
Ebbene, ciò che fa la vera differenza non sono i costituenti di base, né la diversa percentuale in cui sono presenti nei nostri due esempi, ma il modo in cui questi sono stati “organizzati”. Nel caso dell’uomo, chi crede nel soprannaturale potrà abbastanza facilmente attribuire ad una entità suprema e/o alla nostra anima la responsabilità di questa organizzazione. Chi non crede né a Dio né all’anima, potrà forse attribuire al modo di funzionare del nostro cervello la responsabilità delle più importanti differenze con il gorilla. Mentre nel caso dell’orologio, potremmo fare appello non ad uno, ma ai tanti “cervelli” che, su periodi di tempo ampiamente variabili a seconda dell’esemplare preso in esame, possono aver contribuito al risultato. Sto esagerando, mi direte. E avete ragione, sono argomentazioni veramente estreme, ma mi servono per affrontare un concetto che, noi appassionati, diamo troppo facilmente per scontato. Per il cosiddetto “uomo della strada” (non ho mai capito perché con “donna della strada” si intende tutt’altra cosa) il fatto che un orologio possa esser venduto a migliaia di euro è un vero mistero. Probabilmente la stessa persona, pur considerando normale il fatto che una automobile Ferrari possa costare diverse centinaia di milioni, non saprebbe in nessun modo giustificarlo. Ed un qualunque appassionato, pur dando per scontato che un orologio nuovo possa costare come una Ferrari, saprebbe spiegarne il perché all’uomo della strada”?
Quali sono i veri motivi che fanno lievitare di molto il costo di un Rolex in acciaio rispetto a quello di un Tudor anch’esso d’acciaio?
Il gentile Dott. Marini (Amministratore Delegato di Rolex Italia), non avrebbe certamente nessuna esitazione ad elencare i principali elementi di costo responsabili della grande differenza di prezzo d’acquisto riscontrabile fra un cronografo automatico Tudor Prince Date Chronograph (offerto in acciaio, con bracciale, a 1.970 euro) ed un Rolex Oyster Perpetual Cosmograph Daytona Ref.116520 (il cui prezzo attuale di listino è di 5.944 euro). Anche noi, ovviamente, qualche idea sull’argomento l’abbiamo, ma non si tratta certo di cosa tanto semplice da poter essere esternata brevemente in questa occasione. In effetti, noi crediamo che basti a malapena tutta la rivista l’Orologio per chiarire, mese dopo mese, gli aspetti che sono alla base dell’enorme varietà di offerta del settore orologiero. Una cosa possiamo però puntualizzarla anche qui e subito.
La differenza di costo fra due orologi non è da individuarsi mai nel valore della “Marca” dell’orologio, “sic et simpliciter”. E’ abbastanza ovvio infatti che quando il Nome di una Maison appare sufficiente a fare accettare per un orologio un prezzo più alto (a confronto con un altro dalle specifiche tecniche di base tutto sommato abbastanza simili, ma prodotto con un altro Nome), evidentemente il motivo va ricercato nel vero valore aggiunto che quel Nome sottintende. E tutti noi che di orologi un po’ ce ne intendiamo, sappiamo bene quali e quanti elementi possono entrare a far parte di quel “valore aggiunto”, a partire dalla percentuale di know-how originale posta alla base del progetto, per arrivare alle prestazioni garantite nel tempo, ai materiali impiegati, alle ore di lavoro manuale che hanno contribuito alla sua realizzazione, alla garanzia e all’assistenza. Tutto ciò, e molto altro, ha poi un riscontro anche nelle quotazioni dell’usato, che possono esser tali da innescare fenomeni collezionistici in grado di ripagare qualsiasi investimento.

Renato Giussani