|
Diverse
visioni del tempo
GIULIO
ANDREOTTI
Ci
sono personaggi che entrano stabilmente nell'immaginario collettivo.
Giulio Andreotti è senza dubbio uno di questi. Vero e proprio
maratoneta delle aule parlamentari, acuto testimone, nonché attivo
protagonista
della vita pubblica italiana degli ultimi cinquant'anni
ed incarnazione vivente del politico di razza.

Andando
oltre la visione puramente istituzionale, occorre ricordare che il carisma
ed il successo del Presidente derivano dalla capacità innata
di Andreotti di saper cogliere gli aspetti più ironici dell'esistenza.
Ne fa fede ad esempio il garbato "cammeo" autobiografico presente
nel film "Il tassinaro" di Alberto Sordi. Una capacità
che emerge anche nella personale visione del tempo di uno dei protagonisti
di maggior statura, ma anche tra i più discussi, all'interno
del mondo politico italiano.
di
Enrico Reniero
Quale
definizione dà del tempo Giulio Andreotti?
E' la misura di ciò che passa e di ciò che resta. Ed è
il motivo per guardare al "non tempo" e cioè all'eternità,
con un senso profondo di serenità o - viceversa - di terrore,
in relazione alle vostre convinzioni spirituali.
Il tempo della sua vita ha conosciuto diversi andamenti, diverse velocità,
non solo in rapporto all'età, ma anche in relazione alle circostanze,
alle situazioni che ha vissuto?
Io ho avuto, politicamente parlando, un lancio iniziale a catapulta.
E mi sono trovato subito in serie A, anzi nel gruppo di testa. Le circostanze
spesso segnano il corso di una vita, positiva o negativa. Le circostanze
mi hanno fatto valutare il tempo in modo strano: mio padre morì
a trentatre anni; l'unica mia sorella a diciotto.
Qual è un tempo
ragionevole di vita?
Oggi ricorrono sessanta anni dal giorno della mia
laurea. Se un oggetto dopo mezzo secolo diventa di antiquariato, io
sono addirittura a livelli archeologici.
Molte persone hanno l'impressione che il mondo
oggi vada troppo in fretta rispetto al passato, anche recente. E' una
sensazione che condivide?
La differenza più rilevante è nelle novità scientifiche
e tecnologiche. Un tempo segnavano un lungo periodo (tipo le macchine
a vapore), oggi si susseguono a intervalli brevissimi. Già Internet,
ad esempio, è considerato acquisito con tutte le sue crescenti
utilizzazioni.
Nel suo ultimo libro, "Un gesuita in Cina",
ci racconta che nel XVI secolo il popolo cinese ha imparato a conoscere
la scienza europea anche attraverso gli "horiuoli, le sfere e gli
astrolabij" che Mattia Ricci aveva portato loro. La storia di quegli
anni è intimamente correlata alla storia dell'orologeria, che
ha portato alla definizione dell'ora come la conosciamo e quindi all'organizzazione
della vita dell'uomo secondo nuovi ritmi. Nei suoi studi storici le
è capitato di approfondire queste tematiche?
Sì. Proprio l'orologio che suonava ad ogni quarto d'ora fruttò
a Padre Ricci la fama di grande scienziato (non solo questo, per la
verità). Del resto, vedendo il museo dell'orologio a San Marco
dei Cavoti, io stesso sono rimasto attratto da tanti intrecci di meccanica
applicata.
E la scienza di oggi, pensa che abbia cambiato
la nostra visione del tempo?
L'evoluzione della scienza ha frazionato il tempo in dimensioni fantastiche.
Io ero fermo in gioventù ai minuti primi e ai secondi. Gli orologi
relativi che venivano definiti "da giudici di gara" li guardavo
con grande invidia. Ricordo però la gioia che provai il giorno
dei miei diciotto anni quando ricevetti da mia madre un orologetto da
due lire. Forse il livello della felicità era allora più
abbordabile.
Sembra un paradosso, ma erano bei tempi.
Si può parlare di "tempi della
politica"? Esiste un metodo di gestire il tempo che caratterizza
il lavoro e la carriera di un politico? E se sì, pensa che anche
i tempi stessi della politica siano cambiati in relazione agli anni,
con lo sviluppo delle comunicazioni che ha caratterizzato l'ultimo decennio?
E tali cambiamenti come si riflettono sulla gestione dello Stato e sulla vita dei
cittadini?
Nella politica oltre i tempi giuocano un ruolo nuovo gli spazi. La Comunità
Europea (oggi Unione Europea) da sei è passata a quindici e sta
per raddoppiarsi.
L'Organizzazione Internazionale del Commercio comprende ormai tre quarti
del mondo. Di più: si marcia in generale verso la globalizzazione.
E tutto a ritmi di tempo crescenti. L'adattamento delle Comunità
o dei singoli a questa continua dilatazione è necessario, ma
spesso angosciante.
Si sente spesso parlare di avvenimenti che hanno cambiato il nostro
"tempo". Pensa che sia un'espressione utilizzata senza cognizione
di causa, indicando con la parola "tempo" una realtà
ben più varia (società, cultura, etc.) o crede che effettivamente anche la percezione
del tempo che scorre sia influenzata da avvenimenti di portata mondiale
come quelli che stiamo vivendo?
Prima dell'11 settembre 2001 avrei parlato di altri eventi decisivi.
Ma questo lo è stato in modo e in termini impensabili. Il tempo
della sicurezza assoluta è finito per tutti. Di qui la spinta
ad associare le forze per prevenire tragici rischi del genere.
Le capita di desiderare di tornare indietro
nel tempo? E se sì, tornerebbe indietro per cambiare qualcosa
o per rivivere tutto così com'è stato?
Con il pensiero torno spesso a rivivere momenti del passato. Tra l'altro
nel cervello si conservano memorie in misura illimitata. Anche quelle
che si preferirebbe fossero cancellate.
Lei, grazie alla sua lunga carriera politica e alla lunga militanza
nella DC, ha potuto vivere da vicino e molto intensamente i differenti
"tempi" di vari Papi, dei quali ha anche scritto in numerosi,
gustosissimi libri. Vuole offrirci qualche spunto sulle differenze del
pontificato, ad esempio, di Pio XII (che si è svolto tra la guerra
e il problema dell'allargamento del regime comunista nei Paesi dell'Est
europeo) piuttosto che di quello di Giovanni XXIII (che è riuscito
a riunire due mondi contrapposti), per finire con l'attuale Pontefice,
spesso accusato di sfruttare eccessivamente il potere dei mezzi di comunicazione
di massa?
I Papi cambiano il nome, ma conservano la propria personalità,
indole, cultura, in parte anche abitudini di vita. Ma l'universalità
del magistero e la necessità di affrontare l'evoluzione delle
situazioni e dei problemi li obbliga a continui "aggiustamenti".
Giovanni XXIII, ad esempio, giunto al pontificato in età avanzata,
volle senza indugi indire il Concilio ecumenico sperando forse di poterne
vedere inizio e fine.
Sotto un'ottica molto diversa ricordo lo scrupolo che Pio XII aveva
del tempo, sia del suo che degli altri. In un giorno del 1944 ero in
anticamera in attesa di essere ricevuto a mezzogiorno, quando al suonar
delle campane venne fuori il Papa in persona e si scusò per un
ritardo di qualche minuto provocato da un impegno imprevisto. Rimasi
confuso. Il Papa che si scusava con me, piccolissimo presidente della
Federazione Universitaria Cattolica. Una grande lezione di stile e di
vita.
Dai suoi tempi di universitario il mondo della
cultura è certamente cambiato: non le sembra però che
oggigiorno si mettano troppo in gioco, nella formazione culturale, gli
"strumenti" e troppo poco la riflessione personale e lo studio?
Se è vero che Internet è in grado di aiutare in modo eccellente
chi studia e deve entrare nel mondo del lavoro, è anche vero
che solo grazie ad uno stretto rapporto con il maestro (ed in un congruo
periodo di tempo), si possono costruire solide basi per il futuro. E'
d'accordo con questo assunto? E nella sua storia personale, è
esistito un importante maestro?
Gli strumenti nuovi agevolano il lavoro di ricerca e di comunicazione,
ma non sostituiscono il rapporto umano (morale e spirituale) con i maestri.
Io di maestro ne ho avuto uno eccezionale:
De Gasperi.
Dossetti, La Pira, personaggi spesso "scomodi"
ma che avevano del tempo forse la giusta concezione: ossia come spazio
a disposizione per agire in favore degli altri, senza rinchiudersi in
egoistici personalismi. Condivide questa affermazione?
Senza nulla togliere alla figura di questi due personaggi (tra l'altro
non proprio catalogabili in una stessa cornice) non direi che la differenza
da altri esponenti della DC sia quella che lei individua. Ma il discorso
sarebbe lungo.
Si sente spesso affermare che il nostro Paese manca di "memoria
collettiva". Ma cos'è questa fantomatica memoria collettiva:
la necessità di uno studio più approfondito della storia
d'Italia o, al contrario, l'urgenza di riflettere senza schemi ideologici
sui fatti accaduti nel nostro Paese negli ultimi cinquant'anni?
Oggi si avverte la necessità di un esame ricostruttivo della
storia contemporanea e lo si dovrebbe fare con obiettività, almeno
tendenziale. Purtroppo non è così.
Lei ha assistito alla rinascita della democrazia
italiana ed ora, grazie anche al suo fondamentale contributo, l'Italia
va a fondersi in una Europa unita, che tutti auspichiamo possa diventare
sempre più un'entità meno astratta ma, al contrario, un
progetto concreto di vita e di lavoro per milioni di cittadini. Se guarda
indietro, dall'alto della sua esperienza, come giudica e rivive questi
due "tempi" fondamentali del nostro Paese?
L'intuizione delle grandi novità costruttive, cui ci hanno guidato
spiriti illuminati come De Gasperi, è stata straordinaria. Superare
il nazionalismo senza oscurare lo spirito della Patria, e difenderla
militarmente con una associazione di forze anche con gli Americani del
nord, è stato il tracciato di una politica nuova e validissima.
Oggi sul tappeto è la ricerca di un sistema internazionale di
prevenzione dalla violenza (preferisco questo termine a quello del "terrorismo")
e speriamo di riuscire.
Certo, ci mancano guide come quelle di una volta.
Si tende ad accusare i giovani (e questo soprattutto
giornalisticamente) di perdere tempo, di usufruire in maniera errata
di un prezioso periodo che non si presenterà più. Anche
quando Lei era giovane le "prediche" riguardo al tempo erano
di questo tenore?
Con i giovani bisogna cercare di non essere noiosi o presuntuosi. Non
credo che quelli di oggi siano né migliori né peggiori
delle generazioni passate.
|