EDITORIALE
Europa
E’
dal fascicolo 61 (targato marzo 1998), ovvero da tre anni e nove mesi
oggi, che sulla copertina de l’Orologio campeggia una piccola bandiera
azzurra a dodici stelle dell’Unione Europea.
L’Orologio ha dichiarato la sua completa adesione all’ideale europeo,
non appena si prospettò la possibilità reale di una sua attuazione
che non vedesse l’Italia relegata ad un ruolo di secondo piano.
Che l’Europa sia stata
la culla originaria
di quella cultura cui tutto l’occidente si ispira non è un segreto
per nessuno. Che anche numerosissimi Paesi “orientali” considerino
da tempo il modello di sviluppo occidentale quello vincente, cui è
quasi obbligatorio adeguarsi, è altrettanto noto a tutti. Basterà
citare il non più recente caso del Giappone e proseguire con Taiwan,
Hong Kong etc.,per ricordare che l’enorme
sviluppo tecnologico che questi Paesi hanno saputo mettere in atto
ha le sue basi nell’occidente, non certo nelle filosofie orientali.
Ed è proprio grazie a “questo” sviluppo tecnologico prorompente che oggi possiamo
permetterci gran parte dei servizi che governano la nostra società
occidentale. Non che l’America ed i Paesi europei non abbiano partecipato,
ché, anzi, è proprio qui che sono stati avviati quegli intelligenti
investimenti e sono emerse quelle geniali intuizioni, che hanno dato
l’avvio al circolo virtuoso della enorme crescita della conoscenza
scientifica avvenuta nel corso del XX secolo.

Ed
io credo che il primo passo per un moderno sviluppo di qualsiasi civiltà,
dovrebbe essere “sempre” la disponibilità di una diffusa conoscenza
galileiana del mondo nel quale viviamo e della sua natura, sulla cui
base una classe politica avveduta dovrebbe costruire le nostre leggi
(tenendone ben disgiunto qualsiasi principio di ispirazione esclusivamente
religiosa).
Ciò detto, credo anche che il fatto che tutte le nazioni d’Europa
abbiano avuto in passato, ovviamente, un ruolo determinante nello
sviluppo della civiltà “occidentale”, non dovrebbe però assolutamente
bastarci.
In un continente, l’Europa, nel quale la forza di una cultura millenaria
sta timidamente riacquistando la posizione che merita, sarà certamente
possibile dare pratica attuazione ad una convivenza multietnica che
possa servire da esempio anche in altre parti meno fortunate del globo
terracqueo.
Quello che è però altrettanto certo, almeno a mio avviso, è che a
riuscire nell’impresa ben difficilmente potrà essere l’attuale classe
politica europea, troppo condizionata da vecchi interessi e vecchi
schemi di potere.
Basta fare qualche autonoma e libera considerazione sul fatto che
per unire l’Europa sia stato scelto come primo passaggio obbligato
quello monetario, mentre sono stati lasciati assolutamente in secondo
piano tutti quei valori che potrebbero pian piano farci sentire tutti
veramente “europei”, per capire come in realtà quello che interessa di più
ai politici, come al solito, è il controllo
delle leve del potere economico. Eppure, basterebbe parlare con i
nostri figli. Italiani, spagnoli, tedeschi o francesi che siano, parlano
in realtà tutti la stessa lingua: quella di una intelligenza libera
da tanti di quei preconcetti e di quei condizionamenti propri delle
generazioni più “mature”, che potrebbero pregiudicare un luminoso
futuro.
Noi della Argò, sulla via dell’Europa,
il nostro primo piccolissimo passo lo abbiamo comunque già fatto.
Gli annuari El Reloj e Die Uhr sono infatti stati pensati e creati
con lo scopo dichiarato di fornire un servizio mirato agli appassionati
di quei Paesi. Son fatti in Italia da Italiani, ma non per essere
semplicemente tradotti; abbiamo, viceversa, cercato di pensarli in
qualità di “Italiani Europei” per offrirli a Spagnoli e Tedeschi anch’essi
“Europei”, ovvero dotati della importante capacità di apprezzare il
lavoro che noi italiani abbiamo pensato e realizzato appositamente
per loro.
Questo è il senso del progetto
Europa che vorrei venisse finalmente posto in primo piano da quanti
hanno responsabilità di comunicazione nei nostri rispettivi Paesi:
molto prima di pensare ad organizzare una unione politica, dovremmo
in realtà pensare a costruire l’Europa degli Europei…
O no?
Renato Giussani