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Diverse visioni del tempo

NICCOLÒ AMMANITI

Il tempo nella letteratura e nella vita di tutti i giorni. Ne abbiamo parlato con uno tra i più interessanti e poliedrici giovani autori del panorama letterario italiano, che ha iniziato a scrivere quasi per caso, escogitando un modo piacevole per riempire il proprio tempo.


Romano, classe 1966, Niccolò Ammaniti è stato annoverato da molti critici e giornalisti, a seguito del suo esordio letterario, fra gli esponenti della cosiddetta "letteratura cannibale", fatta di atmosfere "pulp" dalle tinte forti. Nel suo primo romanzo "Branchie", infatti, realtà e fantasia si fondono in un tourbillon di avvenimenti e di situazioni imprevedibili e paradossali. Contrario a qualsiasi tipo di etichetta, il giovane scrittore romano con la sua successiva produzione ha confermato di avere, come lui stesso aveva affermato, un rapporto con i propri lettori più profondo delle mode letterarie, e già con "Ti prendo e ti porto via", del 1999, si scrolla di dosso una definizione che non ha mai più di tanto apprezzato.
Con il suo ultimo libro "Io non ho paura", storia drammatica di un bambino che scopre in modo tragico la durezza del mondo degli adulti, abbandonando per sempre l'età dei sogni e della spensieratezza, l'autore ha dato ottima prova di una maturità letteraria più consapevole.
Con le sue storie, Ammaniti va a scavare nella realtà di tutti i giorni, anche quella più dura e difficile, mettendo a fuoco, con una prosa incisiva e scorrevole, una serie di personaggi sempre in continua evoluzione, simbolo di una gioventù a volte un po' allo sbando, fuori dagli schemi e anticonformista, in contrasto con le mode del momento. E forse, un po' dei suoi personaggi si ritrova nell'autore stesso...

di Simonetta Suzzi

 

 

C'è stato un momento particolare in cui si è detto voglio fare lo scrittore, o è stato un processo maturato nel tempo? Quando si è avvicinato alla scrittura?

Ho incominciato a scrivere quando avevo 25/26 anni, quindi una decina di anni fa. Facevo tutt'altro. Mi stavo laureando in biologia. In particolare mi occupavo di neurofisiologia. Ho iniziato un po' per divertimento e un po' perché non riuscivo a finire l'università. Non ero felice. Mi sono chiesto cosa stessi facendo, ma non sapevo fare nient'altro. L'unica cosa, più semplice possibile, mi sembrava scrivere. Non ci voleva molto, c'era il computer di mio padre... Ogni tanto andavo nel suo ufficio e scrivevo.
E' iniziato tutto un po' per caso, ma non avevo mai avuto l'intenzione di pubblicare. Mi sembrava solo un modo per riempire il tempo, che altrimenti avrei dovuto riempire studiando, e non ne avevo voglia...

E come è arrivato alla pubblicazione del suo primo libro?

Come sempre ci vuole fortuna nella vita. Io ho avuto quella di incontrare una persona che ha letto il mio primo romanzo e ha deciso che me lo avrebbe pubblicato. "Branchie" è uscito per una piccola casa editrice in pochissime copie, venduto in pochissime librerie. Però è stato un piccolo successo, piccolissimo, ma che ha fatto sì che mi conoscessero anche altri editori. E da lì è partita una carriera a cui io non avevo mai pensato.

Una carriera scelta in modo abbastanza casuale, quindi...

Sì. Scrivere mi piaceva, come anche raccontare storie. Ero anche un grande appassionato di letteratura e di cinema, di tutto quello che poteva essere narrazione in generale. Ma fino ad allora ero stato solo un fruitore di tutto questo. Mi sentivo troppo piccolo e incapace per poter pensare di fare una cosa del genere. Non ero sicuro di me, era un periodo in cui non mi sentivo particolarmente in forma. L'ho fatto un po' come una sorta di liberazione, scrivere una storia in un certo senso autobiografica, anche se in realtà l'autobiografismo è piuttosto relativo: non mi piace troppo raccontare me stesso. E da lì in poi è andata avanti.

I suoi libri sono tutti più o meno databili, ambientati in un determinato periodo. Lei fa sempre dei riferimenti a fatti, nomi e luoghi che permettono una precisa collocazione temporale del racconto e la maggior parte delle volte le sue storie sono ambientate ai giorni nostri. Quasi sempre descrive la difficoltà e l'amarezza dell'infanzia e dell'essere giovani...

Con "Io non ho paura" mi sono riportato indietro di parecchi anni. E' ambientato nel 1978. Non ho fatto un romanzo storico, perché la vicenda poteva essere ambientata un po' dovunque. Ci sono però delle caratteristiche tipiche della fine degli anni '70 in quel libro, come la mancanza di una televisione invasiva, il fatto che esistesse ancora una popolazione agricola che viveva un po' ai margini, che ancora ci fosse questo grande distacco con il nord e con quello che sembrava il boom economico.
Gli altri libri, invece, sono ambientati nel periodo attuale, ma io credo che tutti i personaggi, non solo i bambini, soffrano nel crescere e nel diventare qualcos'altro. I miei personaggi sono tutti in trasformazione, vorrebbero sempre essere qualcosa che non sono.

Sia i bambini che gli adulti?

Sì. Da una parte ci sono i bambini che, per necessità biologica, crescono e vogliono diventare grandi, non rendendosi conto che nel crescere sicuramente perderanno delle cose; dall'altra ci sono gli adulti che invece vogliono "ripulirsi" da quello che gli è successo nella vita, ripartire di nuovo, nostalgici o lanciati verso un futuro che poi non è così chiaro. Questo vale per tutti i miei personaggi e non solo per i bambini. Anche i personaggi di contorno sono sempre personaggi insoddisfatti che, se sono cattivi, hanno poi anche una parte di tenerezza, se sono buoni, invece, ogni tanto diventano anche sadici. Quindi credo che questa sia una caratteristica della mia scrittura, che soprattutto definisce il modo di intendere i personaggi delle mie storie.

Quindi ogni età ha le sue trasformazioni e la sua voglia di cambiamento...

Certamente. Non credo che esista un periodo della vita in cui ci si accetti completamente. C'è sempre una ricerca. Forse gli unici che si accettano completamente, almeno per un periodo, sono i bambini.
Poi ad un certo punto, chiaramente, queste cose cambiano. Ma c'è un periodo, che dura qualche anno, nel quale ci si sente piccoli e felici di essere tali. Poi, nella prima adolescenza si comincia a sentire il richiamo anche della cosiddetta faccia nera del mondo. Il protagonista di "Io non ho paura", ad esempio, sente che esiste una metà oscura e che i suoi genitori non sono esattamente quelli che sembrano o che gli sono sembrati fino a quel momento. E questa è evidentemente una crescita.

Il protagonista di "Branchie" è un malato terminale, uno che di tempo non ne ha più. Qual è il suo rapporto con la fugacità del tempo? Ha paura del tempo che passa?

Questo è un problema che sento molto. Ho la sensazione che il tempo mi scorra fra le mani senza che io lo possa mai fermare od organizzare, e soprattutto farlo andare ad una velocità che mi piaccia, una velocità che sia compatibile con i miei interessi, con i miei desideri e le mie passioni. Invece ho sempre la sensazione di rincorrere continuamente qualche cosa, e che esisterà un momento in cui tutto ciò finirà. Perciò mi creo sempre dei punti, degli arrivi, e mi dico che da allora in poi finalmente arriverà una sorta di pace, una specie di paradiso in cui dovrò lavorare di meno e in cui non avrò più bisogno di correre da una parte all'altra. In realtà, forse, questa è solo una forma di pensiero che serve a tranquillizzarmi.
Mi farebbe piacere comunque in questo momento fermarmi. In fondo l'idea di morire, il morire inteso come blocco totale dello scorrere del tempo (come si immagina in fondo il paradiso, un posto noiosissimo ma dove non esiste più la dimensione del tempo) mi affascina.

Scrivere è un po' come poter viaggiare nel tempo: ci si può immergere nel passato o nel futuro...

Scrivere permette di esplorare altri mondi, il passato o il futuro più lontano. Il problema di base, però, non è la scelta del periodo storico che si vuole raccontare, ma sono invece i tempi della narrazione che devono essere i tempi giusti per i tuoi lettori. Non devi essere troppo noioso, devi essere rapido ma nello stesso tempo non frettoloso, e anche in questo caso, come in tutte le cose, si tratta di una "regolazione" del proprio tempo, e qui in particolare del tempo narrativo.

A proposito di tempo narrativo. Lei ha scritto anche delle sceneggiature per il cinema. Qual è la differenza tra tempi letterari e tempi cinematografici?

La differenza fondamentale è che i tempi cinematografici sono legati alla vista, quindi ad una percezione sensoriale in più. Le immagini prolungate, però, possono stancare. Nella letteratura questa cosa non esiste, ma, al contrario, esiste un aspetto del non visto, del non sentito, che invece è uno di quegli sforzi che deve fare il lettore. Lo scrittore suggerisce, il lettore completa.
Nel cinema non è così. Chi fa cinema racconta completamente tutto, ti mette la musica, le luci, le immagini, le facce. Quindi i tempi devono essere abbreviati rispetto a quelli della letteratura, che si può permettere di indugiare e di raccontare di più l'animo umano.

Quando scrive un libro, traccia prima uno schema temporale, preordina le sequenze narrative?

No, non lo faccio, però non parto mai senza sapere dove vado a finire. Semplicemente mi racconto la storia talmente tante volte nella testa prima di scriverla, per cui faccio una sorta di scaletta attraverso la quale comincio a scrivere, senza bisogno di appuntarmi le cose su un foglio.

Quali sono invece i tempi che ci sono dietro la pubblicazione di un libro?

Dipende da autore e autore. Ci sono autori che aspettano tutta la vita e altri a cui invece strappano i libri dalle mani qualsiasi cosa facciano, sia nel bene che nel male.

E lei mediamente quanto tempo impiega nello scrivere un libro?

Dipende un po' dalla voglia e dalla necessità, ma anche dai contratti. Se i contratti lo richiedono, devo scrivere velocemente, però, generalmente, cerco di darmi tutto lo spazio che voglio e di conciliare questi due aspetti per poter scrivere quando ne ho veramente voglia.

Qual è il suo rapporto con il tempo di ogni giorno?

Quello con il tempo è un rapporto difficilissimo. Io lo detesto. Detesto gli appuntamenti, tutto ciò che significa organizzazione nel fare delle cose. Più passa il tempo più mi è difficile. Inoltre non guardo mai l'ora, non mi interessa. Poi, però, mi trovo sempre in ritardo, affannato a rincorrere gli appuntamenti della vita. Mi piacerebbe avere tutto il tempo per non fare nulla, perché nel non fare nulla trovo una condizione che potrei anche definire di noia, ma che mi dà la possibilità di riflettere sulle cose e mi permette poi di scrivere meglio. Quando passo da una presentazione all'altra in giro per l'Italia, la mia capacità di riflessione è decisamente più bassa.

Abbiamo parlato di infanzia e giovinezza, passato e presente. Niccolò Ammaniti come si vede nel futuro?

Il futuro mi fa molta paura. Mi fa paura l'idea di perdere lucidità, che uno schermo, non completamente opaco, si frapponga tra me e la realtà e, nonostante mi permetta di vedere ancora il mondo intorno a me, non mi dia la possibilità di poterlo afferrare né capire completamente. Ho paura del degrado biologico del mio cervello.

Un'ultima cosa: mi ha colpito il fatto che spesso nei suoi libri fa riferimento agli orologi.
Si tratta di puri artifici letterari, o questi riferimenti denunciano in qualche modo un suo particolare rapporto con gli orologi?

Per me gli orologi sono degli ottimi indicatori di personalità, possono dare molti indizi sul carattere di una persona. Perciò, citare degli orologi è un gioco, un modo che mi può servire per raccontare meglio un personaggio. Nell'ultimo libro, ad esempio, la figura del cattivo che arriva dal nord con un bellissimo orologio d'oro manifesta una necessità di affrancarsi da una situazione di povertà.
Una volta il tempo era un bene, invece ormai è sempre più segnato da una forsennata ricerca di arrivare, e dovunque hai un orologio che ti indica il passare del tempo. Allora non indossare l'orologio mi fa credere di non dover amministrare il mio tempo, di non dover seguire dei ritmi. Ma poi in fondo non è vero, perché anche il mio tempo è fatto di queste cose.