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Diverse visioni del tempo NICCOLÒ AMMANITI Il tempo nella letteratura e nella vita di tutti i giorni. Ne abbiamo parlato con uno tra i più interessanti e poliedrici giovani autori del panorama letterario italiano, che ha iniziato a scrivere quasi per caso, escogitando un modo piacevole per riempire il proprio tempo.
di Simonetta Suzzi
C'è stato un momento particolare in cui si è detto voglio fare lo scrittore, o è stato un processo maturato nel tempo? Quando si è avvicinato alla scrittura? Ho incominciato
a scrivere quando avevo 25/26 anni, quindi una decina di anni fa. Facevo
tutt'altro. Mi stavo laureando in biologia. In particolare mi occupavo
di neurofisiologia. Ho iniziato un po' per divertimento e un po' perché
non riuscivo a finire l'università. Non ero felice. Mi sono chiesto
cosa stessi facendo, ma non sapevo fare nient'altro. L'unica cosa, più
semplice possibile, mi sembrava scrivere. Non ci voleva molto, c'era
il computer di mio padre... Ogni tanto andavo nel suo ufficio e scrivevo. E come è arrivato alla pubblicazione del suo primo libro? Come sempre ci vuole fortuna nella vita. Io ho avuto quella di incontrare una persona che ha letto il mio primo romanzo e ha deciso che me lo avrebbe pubblicato. "Branchie" è uscito per una piccola casa editrice in pochissime copie, venduto in pochissime librerie. Però è stato un piccolo successo, piccolissimo, ma che ha fatto sì che mi conoscessero anche altri editori. E da lì è partita una carriera a cui io non avevo mai pensato. Una carriera scelta in modo abbastanza casuale, quindi... Sì. Scrivere mi piaceva, come anche raccontare storie. Ero anche un grande appassionato di letteratura e di cinema, di tutto quello che poteva essere narrazione in generale. Ma fino ad allora ero stato solo un fruitore di tutto questo. Mi sentivo troppo piccolo e incapace per poter pensare di fare una cosa del genere. Non ero sicuro di me, era un periodo in cui non mi sentivo particolarmente in forma. L'ho fatto un po' come una sorta di liberazione, scrivere una storia in un certo senso autobiografica, anche se in realtà l'autobiografismo è piuttosto relativo: non mi piace troppo raccontare me stesso. E da lì in poi è andata avanti. I suoi libri sono tutti più o meno databili, ambientati in un determinato periodo. Lei fa sempre dei riferimenti a fatti, nomi e luoghi che permettono una precisa collocazione temporale del racconto e la maggior parte delle volte le sue storie sono ambientate ai giorni nostri. Quasi sempre descrive la difficoltà e l'amarezza dell'infanzia e dell'essere giovani... Con "Io
non ho paura" mi sono riportato indietro di parecchi anni. E' ambientato
nel 1978. Non ho fatto un romanzo storico, perché la vicenda
poteva essere ambientata un po' dovunque. Ci sono però delle
caratteristiche tipiche della fine degli anni '70 in quel libro, come
la mancanza di una televisione invasiva, il fatto che esistesse ancora
una popolazione agricola che viveva un po' ai margini, che ancora ci
fosse questo grande distacco con il nord e con quello che sembrava il
boom economico. Sia i bambini che gli adulti? Sì. Da una parte ci sono i bambini che, per necessità biologica, crescono e vogliono diventare grandi, non rendendosi conto che nel crescere sicuramente perderanno delle cose; dall'altra ci sono gli adulti che invece vogliono "ripulirsi" da quello che gli è successo nella vita, ripartire di nuovo, nostalgici o lanciati verso un futuro che poi non è così chiaro. Questo vale per tutti i miei personaggi e non solo per i bambini. Anche i personaggi di contorno sono sempre personaggi insoddisfatti che, se sono cattivi, hanno poi anche una parte di tenerezza, se sono buoni, invece, ogni tanto diventano anche sadici. Quindi credo che questa sia una caratteristica della mia scrittura, che soprattutto definisce il modo di intendere i personaggi delle mie storie. Quindi ogni età ha le sue trasformazioni e la sua voglia di cambiamento... Certamente.
Non credo che esista un periodo della vita in cui ci si accetti completamente.
C'è sempre una ricerca. Forse gli unici che si accettano completamente,
almeno per un periodo, sono i bambini. Il protagonista di "Branchie" è un malato terminale, uno che di tempo non ne ha più. Qual è il suo rapporto con la fugacità del tempo? Ha paura del tempo che passa? Questo
è un problema che sento molto. Ho la sensazione che il tempo
mi scorra fra le mani senza che io lo possa mai fermare od organizzare,
e soprattutto farlo andare ad una velocità che mi piaccia, una
velocità che sia compatibile con i miei interessi, con i miei
desideri e le mie passioni. Invece ho sempre la sensazione di rincorrere
continuamente qualche cosa, e che esisterà un momento in cui
tutto ciò finirà. Perciò mi creo sempre dei punti,
degli arrivi, e mi dico che da allora in poi finalmente arriverà
una sorta di pace, una specie di paradiso in cui dovrò lavorare
di meno e in cui non avrò più bisogno di correre da una
parte all'altra. In realtà, forse, questa è solo una forma
di pensiero che serve a tranquillizzarmi. Scrivere è un po' come poter viaggiare nel tempo: ci si può immergere nel passato o nel futuro... Scrivere permette di esplorare altri mondi, il passato o il futuro più lontano. Il problema di base, però, non è la scelta del periodo storico che si vuole raccontare, ma sono invece i tempi della narrazione che devono essere i tempi giusti per i tuoi lettori. Non devi essere troppo noioso, devi essere rapido ma nello stesso tempo non frettoloso, e anche in questo caso, come in tutte le cose, si tratta di una "regolazione" del proprio tempo, e qui in particolare del tempo narrativo. A proposito di tempo narrativo. Lei ha scritto anche delle sceneggiature per il cinema. Qual è la differenza tra tempi letterari e tempi cinematografici? La differenza
fondamentale è che i tempi cinematografici sono legati alla vista,
quindi ad una percezione sensoriale in più. Le immagini prolungate,
però, possono stancare. Nella letteratura questa cosa non esiste,
ma, al contrario, esiste un aspetto del non visto, del non sentito,
che invece è uno di quegli sforzi che deve fare il lettore. Lo
scrittore suggerisce, il lettore completa. Quando scrive un libro, traccia prima uno schema temporale, preordina le sequenze narrative? No, non lo faccio, però non parto mai senza sapere dove vado a finire. Semplicemente mi racconto la storia talmente tante volte nella testa prima di scriverla, per cui faccio una sorta di scaletta attraverso la quale comincio a scrivere, senza bisogno di appuntarmi le cose su un foglio. Quali sono invece i tempi che ci sono dietro la pubblicazione di un libro? Dipende da autore e autore. Ci sono autori che aspettano tutta la vita e altri a cui invece strappano i libri dalle mani qualsiasi cosa facciano, sia nel bene che nel male. E lei mediamente quanto tempo impiega nello scrivere un libro? Dipende un po' dalla voglia e dalla necessità, ma anche dai contratti. Se i contratti lo richiedono, devo scrivere velocemente, però, generalmente, cerco di darmi tutto lo spazio che voglio e di conciliare questi due aspetti per poter scrivere quando ne ho veramente voglia. Qual è il suo rapporto con il tempo di ogni giorno? Quello con il tempo è un rapporto difficilissimo. Io lo detesto. Detesto gli appuntamenti, tutto ciò che significa organizzazione nel fare delle cose. Più passa il tempo più mi è difficile. Inoltre non guardo mai l'ora, non mi interessa. Poi, però, mi trovo sempre in ritardo, affannato a rincorrere gli appuntamenti della vita. Mi piacerebbe avere tutto il tempo per non fare nulla, perché nel non fare nulla trovo una condizione che potrei anche definire di noia, ma che mi dà la possibilità di riflettere sulle cose e mi permette poi di scrivere meglio. Quando passo da una presentazione all'altra in giro per l'Italia, la mia capacità di riflessione è decisamente più bassa. Abbiamo parlato di infanzia e giovinezza, passato e presente. Niccolò Ammaniti come si vede nel futuro? Il futuro mi fa molta paura. Mi fa paura l'idea di perdere lucidità, che uno schermo, non completamente opaco, si frapponga tra me e la realtà e, nonostante mi permetta di vedere ancora il mondo intorno a me, non mi dia la possibilità di poterlo afferrare né capire completamente. Ho paura del degrado biologico del mio cervello. Un'ultima
cosa: mi ha colpito il fatto che spesso nei suoi libri fa riferimento
agli orologi. Per
me gli orologi sono degli ottimi indicatori di personalità, possono
dare molti indizi sul carattere di una persona. Perciò, citare
degli orologi è un gioco, un modo che mi può servire per
raccontare meglio un personaggio. Nell'ultimo libro, ad esempio, la
figura del cattivo che arriva dal nord con un bellissimo orologio d'oro
manifesta una necessità di affrancarsi da una situazione di povertà.
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