|
Lettere
da Manhattan
l'Orologio è e rimane una rivista specializzata in orologeria,
ben lungi dal dimenticare la propria vocazione e la ragione per cui
i suoi lettori la comprano e l'apprezzano. Il testo che segue non è
infatti nato per essere pubblicato, ma rappresenta una testimonianza
reale sul tempo che stiamo vivendo, che vogliamo condividere con voi.
Nei giorni che hanno visto compiersi gli attentati di New York e Washington,
il nostro amico e collaboratore Alberto Farina si trovava a Manhattan
e quelle che seguono sono le e-mail che ha inviato ad amici e parenti
in quelle ore, raccontando il tempo dilatato, offuscato, congelato,
popolato da nuove luci e nuovi colori, nel quale si è trovato
a vivere, in una città improvvisamente e tristemente trasformata.
From:
alberto.farina@iol.it
Date: Wed, 11 Sep 2001 11:38:46 pm
Subject: Night falls on
Manhattan
"Donate il sangue", c'è scritto su pezzetti di carta
attaccati dappertutto. "Donate il sangue", ripete continuamente
la televisione. "Tornate domani" dicono invece all'ospedale
quando ci si presenta. Scioccati dall'attentato di stamane, gli abitanti
di Manhattan si sono affollati ai centri trasfusionali offrendo sangue,
sangue, una alluvione di sangue che si accumula nei depositi più
in fretta di quanto non si possa utilizzarlo. Ce ne sarà bisogno,
nei prossimi giorni, e il consiglio è di tenerne un po' da parte
per la settimana.
Dopo una mattinata passata attaccato alla TV per avere le ultime notizie
e a Internet per rassicurare amici e parenti, ho fatto un giro lungo
la parte settentrionale di Broad-way, oltre cento isolati a nord del
punto dove fino a ieri sorgevano le Twin Towers.
Dopo ore di immagini di esplosioni, crolli e gli immensi pennacchi dei
fumi velenosi delle torri che continuano a bruciare da stamattina incuranti
degli sforzi dei pompieri, la gente va in giro con una certa stordita
tranquillità. Si nota un passo diverso da quello dei giorni scorsi:
a molti la tragedia ha offerto una specie di vacanza forzata dal ritmo
frenetico di New York e rispetto ai giorni scorsi è più
facile vedere gruppetti di persone che si fermano un attimo, per commentare
la tragedia.
Qualcuno parla al cellulare, segno che le linee sono almeno in parte
state ristabilite. Ma a ogni angolo di strada ci sono poliziotti che
ieri non si vedevano. I cinema sono chiusi per lutto, la Chiesa di St.
John the Divine suona da ore la campana a morto e quasi tutti gli esercizi
legati a una qualche catena in franchising sono chiusi "due to
recent events". Una filiale della catena di videoteche "The
Wiz" ha sulla porta l'e-mail inviata stamattina alle 11.27 a tutti
i negozi del gruppo: si ordina la chiusura immediata del negozio e si
invitano tutti gli impiegati a recarsi immediatamente al Ma-dison Square
Garden, dove è stato approntato un centro di accoglienza con
cibi, bevande e letti. Per entrarvi occorre dimostrare di lavorare per
"The Wiz" - potranno essere accolti anche i clienti purché
accompagnati da un dipendente.
Intanto il sole è calato su ciò che resta del World Trade
Center. Strano pensare che appena qualche giorno fa, a Venezia si era
vista la New York semidistrutta e allagata di "A.I." e dalla
quale emergevano i resti delle due torri, che si reggevano appoggiate
una sull'altra. Oggi sono bastate un paio d'ore per rendere sinistramente
obsoleto un film che ambiva a descrivere un futuro apocalittico di qui
a duemila anni. Ma proprio al cinema quel che è successo oggi
viene costantemente pa-ragonato: una sorta di incrocio fra "Pearl
Harbour" e "L'in-ferno di cristallo" che ha isolato Manhattan
dal mondo come in "1997: Fuga da New York".
Ci risentiamo domani. Come diceva il titolo originale di un bel poliziesco
di Sidney Lu-met, "Night falls on Manhat-tan". Una notte che
sarà un bel po' più buia di quella di ieri.
From:
alberto.farina@iol.it
Date: Thu, 12 Sep 2001 07:56:58 pm
Subject: Manhattan,
due giorni dopo
L'odore del fumo che continua a uscire dalle rovine del World Trade
Center fa ormai parte dell'ossigeno che si respira ogni giorno. Non
te ne accorgi più, ma ti basta passare qualche minuto in un luogo
chiuso per ritrovarlo subito non appena esci nuovamente in strada. A
seconda di come il vento soffia si può sentirlo anche quassù
alla Columbia University, più di cento blocks a nord della zona
del disastro.
Giovedì 13 è il giorno in cui New York ha deciso di cominciare
a ritrovare la normalità: anche se il baseball si prende una
seconda giornata di lutto stretto, gli spettacoli di Broad-way riprendono
da oggi. Con due ore di ritardo riaprono le scuole, ma bisogna vedere
quanti ragazzi ci andranno veramente. E' stato riaperto il Metropolitan
Museum, è ancora chiuso il Guggenheim.
Si sa ancora ben poco dei voli: dopo mezz'ora in attesa sulla linea
della British Airways, ho appreso che gli aeroporti saranno forse aperti
più tardi per alcuni voli diretti negli Stati Uniti, ma che nessuno
sa quando si potrà ripartire per l'Europa.
Ho fatto un giro per il centro. La metropolitana mi ha scaricato alla
Penn Station, a un passo da un Madison Square Garden con le bandiere
a mezz'asta. Ho proseguito verso il Green-wich Village: le macchine
devono fermarsi alla quattordicesima strada, ma a piedi si arriva fino
a Houston Street. Il risultato è che per quattordici isolati
incontri solo persone a piedi e munite in gran parte di mascherine per
respirare (non necessarie, ma è vero che l'aria vicino al Financial
District è visibilmente meno trasparente) macchine fotografiche
o bandiere americane. Due ragazzi, un nero e un bianco, marciavano in
mezzo alla strada. Uno sventolava una enorme bandiera a stelle e strisce,
l'altro cantava forte (e con qualche stecca sugli acuti) l'inno nazionale,
intercalandolo con slogan come "They can knock us down, they can't
keep us down".
L'impressione è di una popolazione divisa fra il dolore, la nostalgia
inespressa per la tranquillità dell'altro ieri, l'eccitazione
di trovarsi in prima linea in un evento destinato ad essere registrato
sui libri di storia.
Le prime spedizioni punitive ai danni dei newyorchesi di origine araba
sono rimaste deplorevoli casi isolati: la "rabbia quieta"
di cui ha parlato Bush sembra per ora non essere solo uno slogan. Ma
la nuova edizione del "The Vil-lage Voice" ha una copertina
non proprio pacata, con una immagine terribile dell'impatto del secondo
aereo. Il titolo dice, semplicemente, THE BASTARDS!
Houston Street è ora il confine sud della città e isola
completamente la punta sud di Manhattan. Le strade sono transennate
dalla polizia, che lascia passare solo i soccorritori. Mostrando i documenti,
qualcuno riesce a tornare a casa: ma ho visto un signore furibondo,
rimasto fuori dalla barricata da cui era uscito solo pochi minuti prima.
Inci-denti a parte, la popolazione collabora: un ometto vestito di nero
faceva la spola fra i posti di blocco ringraziando gli sbirri, chiedendo
come stavano e insistendo per stringere loro la mano. Dalle barricate
si vede il fumo che continua a salire dalle rovine. Il vento ha ravvivato
il fuoco nel tardo pomeriggio, e la sera è venuto giù
un altro edificio ferito a morte dalle scosse di martedì mattina.
All'angolo fra la quattordicesima e l'Avenue A esiste già un
murale dedicato al disastro dell'11 settembre: mostra le due torri ancora
in piedi, parzialmente avvolte dal pennacchio di fumo nero che le TV
ci fanno rivedere a oltranza ormai da tre giorni. Ai piedi dell'affresco
non si contano le candele, i fiori, i biglietti e persino qualche orsacchiotto
di peluche. E una piccola folla si avvicenda davanti all'altarino improvvisato
per lasciare un ricordo o per restare in silenzio. Pochi isolati più
a nord, sul muro di un importante ufficio cittadino sono stati affissi
due grandi fogli rossi su cui la gente va a scrivere parole di gratitudine
per i pompieri e i poliziotti che già hanno perso la vita nelle
operazioni di salvataggio. Leggendo fra i messaggi si trovano i nomi
di agenti missing in action, commenti addolorati, poesie e anche occasionali
ambiguità: qualcuno ha scritto "Attenzione, il capitalismo
uccide".
Dopo cena ho fatto un giro per il centro con John. Alle otto di sera,
le strade erano semideserte. Bisognerebbe vedere da fuori Manhattan
cosa resta del celebre skyline della città: ma da qui non si
può non notare che molti grattacieli non sono illuminati, chissà
se in segno di lutto o per motivi di sicurezza. Senza luci, la punta
déco del Chrysler Building sembra un totem sinistro, una freccia
nera che indica un cielo da cui non si sa più cosa aspettarsi.
From:
alberto.farina@iol.it
Date: Sat, 15 Sep 2001 07:15:13 am
Subject: Il giorno del ricordo
Dopo tre giorni di sole spettacolare, il tempo sembra essersi adeguato
all'umore della città e di tutta la nazione: è da stanotte
che su New York e Washington diluvia senza sosta, come se anche il cielo
volesse partecipare a quello che è stato dichiarato giorno di
lutto nazionale. In TV tutti guardano la Messa cantata tenuta a Washington
alla presenza del presidente Bush, dell'ex presidente suo padre, e di
quasi tutti gli altri ex presidenti. La celebrazione culmina con un
coro generale di "Glory, glory, Halleluiah" in cui le immagini
dei volti dell'America che comanda si alternano a immagini drammatiche
dello spacco nel muro del Pentagono, delle rovine annerite del World
Trade Cen-ter, delle operazioni di salvataggio (che hanno tirato fuori
dalle macerie un piccolo gruppetto di pompieri, ma che costringono anche
ad aggiornare continuamente verso l'alto il conto di quelli che non
ce l'hanno fatta) una sequenza che scuote nel profondo senza sospetti
di retorica, come se l'America avesse nei suoi geni il potere di trasformare
in cinema tutto ciò che tocca.
Anche le frasi che si sentono dire in giro sembrano scritte da uno sceneggiatore.
Un esponente della comunità ebraica dichiara: "We sing together
or we sink together" (o si canta insieme o insieme si va a fondo)
e forse sta pensando agli episodi di razzismo che purtroppo non cessano
di verificarsi e che fanno pensare davvero a un brutto film. Un'amica
di origine coreana ha visto un gruppo che picchiava un arabo per la
strada e si è sentita sibilare "tornatene in Giappone".
La sorte degli araboamericani non sarà facilitata dal fatto che
la televisione abbia divulgato i nomi di alcuni dei presunti attentatori,
tutti di origine mediorientale.
Ma intanto la città, seguendo i consigli del sindaco Giuliani,
si è risvegliata e ha ripreso ritmi analoghi a quelli normali.
Le strade - quelle non presidiate dalla polizia - sono di nuovo piene
di un traffico reso più difficile da continue telefonate minatorie.
Solo ieri sono state annunciate più di novanta bombe: tutti falsi
allarmi, ma è chiaro che si è costretti a prenderli tutti
molto ma molto sul serio.
Tornando a casa fra poliziotti sempre più onnipresenti e strade
chiuse al traffico e talvolta anche ai pedoni, un barbone nero ci chiede
un'offerta. "Per gli Stati Uniti d'America", dice senza la
minima esitazione, e John - pur versandogli l'obolo richiesto - prega
di non venire a raccontargli balle del genere. Il tipo, prontissimo,
ribatte: "OK, so how about it's for the United Negro Pizza Fun"?
Ci si allontana con una sana risata.
Intanto il giorno del ricordo si avvia alla conclusione e ancora una
volta è il tempo ad avvertire la città che si volta un'altra
pagina. La pioggia che da ore batteva impietosa sui soccorritori ha
smesso, regalando una serata limpida e finalmente ripulita dall'atmosfera
sudaticcia di questa fine estate. L'aria è fresca, quasi croccante,
e mentre il cielo si arrossa compaiono per strada persone che girano
con una candela accesa. Ci sono i piccoli ceri da cimitero nel cilindretto
di alluminio e le candele da salotto a forma di tortiglione, le candeline
da chiesa che bruciano veloci e le massicce mangiafumo capaci di restare
accese per ore e ore: le piccole luci si aggregano agli angoli della
strada, svolazzano fra le prime ombre della sera, solcano intrepide
il buio accecante di certe zone del Central Park.
Davanti al Metropolitan Mu-seum si sono radunate un paio di centinaia
di persone che cantano con voce commossa canzoni che sanno di torta
di mele e di Norman Ro-ckwell. Di stelle e strisce è vestita
una bambina che balla come un piccolo cigno, e le bandierine dell'Unione
sono quasi tante quante le candele. In un servizio televisivo hanno
intervistato un signore che ne sta vendendo più di venticinquemila
ogni giorno - il patriottismo è anche un buon affare, ma nessuno
ha la mala creanza di farlo notare e anche questo è un esempio
di quanto possa essere forte, soprattutto in questo momento, lo spirito
di appartenenza a una nazione orgogliosa dei suoi colori. Sulla strada
davanti al museo passa una macchina della polizia che, con l'altoparlante,
abbaia: "God Bless America, folks!" e viene salutata da applausi
e sbandieramenti.
Verso Union Square, le candele aumentano. Un gruppo di ragazzi con gli
occhi a mandorla mi vede senza e me ne offre una rossa. Portarla dall'altra
parte del Central Park senza farla spegnere, no-nostante il vento che
comincia ad alzarsi, sembra all'improvviso il minimo che si possa fare,
ma arrivando a Co-lumbus Square è chiaro che il piccolo cero
ha i minuti contati. Lo lascio quindi su uno dei tanti altarini improvvisati
davanti a qualsiasi statua che si possa trovare in giro. Vede-re qualcuno
che prega davanti a Cristoforo Colombo può sembrare sulla carta
una cosa strana, ma dopo tutto una candela può anche essere solo
una candela, senza stare a voler scomodare simboli o religioni più
o meno esotiche. Il dolore è comunque il dolore di tutti.
Davanti all'Opera di New York anche la fontana circolare al centro della
piazza è diventata un gigantesco candeliere attorno a cui la
gente canta, si abbraccia, perde in silenzio lo sguardo in centinaia
di fiammelle crepitanti. Lungo la strada del ritorno la gente sembra
già proiettata in un weekend di cui molti sentono il bisogno,
e in tanti affollano i ristoranti e i caffè. Poi però
quando senti qualche parola scopri che non esiste conversazione in cui
non venga menzionato il World Trade Center.
L'assenza delle due torri è impossibile da ignorare: a parte
le copertine dei settimanali, cartoline e souvenir continuano a rievocare
i giganti scomparsi, ed accettarne la scomparsa è difficile come
quando se ne va una persona cara, che sembra sempre di rivedere con
la coda dell'occhio. Appoggiate
lungo i marciapiedi, allineate davanti ai portoni, assiepate sotto un
albero, accanto a un distributore di giornali, davanti a una caserma
dei pompieri, candele di ogni forma concludono la giornata della tristezza.
Qualcuna si è già consumata fino in fondo, altre le ha
spente il vento, ma la maggior parte continua a bruciare nella notte,
continua a far luce, continua a sanguinare sull'asfalto piccoli rivoli
di cera fusa color bianco, rosso e blu.
|