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EDITORIALE

La Cina è vicinissima!

Appena un mese fa in testa a questa pagina è apparso il titolo “La Cina è lontana”, motivato da un sintetico riferimento alle ben note vicende legate allo straordinario sviluppo economico del colosso asiatico. Dopo aver espresso notevoli e giustificate preoccupazioni in quell’occasione, posso almeno aprire uno spiraglio di luce adesso. E si tratta di un’informazione che riguarda anche la casa orologiera di cui vedete effigiato un esemplare in questa stessa pagina, oltreché in copertina. La Breil, da diversi anni protagonista assoluta nel suo segmento sul nostro mercato, ha deciso di dare un impulso decisivo alla sua espansione all’estero. Il marchio di proprietà della Binda, già presente insieme alla D&G Time in una quarantina di Paesi grazie alla collaborazione con distributori locali, ha infatti avviato un ambizioso programma di potenziamento, che nei mesi passati ha visto la creazione di una joint venture in Spagna, l’apertura di una filiale a Miami e l’inaugurazione di una sede a Monaco di Baviera. Ma ora il gioco si fa davvero duro, perché tra le prossime mosse ci sarà anche, udite udite, lo sbarco in Cina! Il tutto, in (casuale?) coincidenza con un importante traguardo che la Binda taglierà tra pochi mesi, ovvero il centesimo compleanno. L’azienda, avviata nel 1906 da Innocente Binda con l’apertura di un piccolo negozio sul lago Maggiore, spiccò il suo primo grande salto di qualità nel 1932, commercializzando in Italia gli orologi Wyler Vetta, mentre la Breil sarebbe nata dieci anni più tardi. Oggi, rispettivamente a 73 e 63 anni di distanza, i due marchi di proprietà sono i fiori all’occhiello dell’azienda milanese. Il primo, con sede del marketing strategico di prodotto e comunicazione situata in Svizzera, continua la sua evoluzione che lo colloca sempre più in alto nella gamma orologiera di tradizione elvetica. Il secondo cavalca trionfalmente la sua spregiudicata filosofia fatta di glamour e trasgressione, estendendola al mondo del gioiello e della pelletteria. Apprendere che una realtà tipicamente italiana (anzi, orgogliosamente milanese), in tempi non certo floridi per l’economia italiana ed europea, sta attaccando vigorosamente mercati vasti e difficili sia ad Oriente che a Occidente, non può essere che di stimolo. Siamo di fronte ad uno di quei casi che hanno illustrato e illustrano con vivacità il ruolo dell’Italia nella storia dell’orologeria: la speranza è che iniziative come questa siano di ulteriore sprone ed esempio per tutta l’imprenditoria italiana. Coraggio!

di Maurizio Favot