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Intervista

FRÉDÉRIC DE NARP

Da poco più di un anno direttore generale della Cartier Italia, Frédéric De Narp ci ha narrato la sua esperienza professionale, che lo ha portato in brevissimo tempo a dirigere il più importante marchio di gioielleria al mondo, in uno dei mercati di punta della Maison Cartier.

 

L'idea di questa intervista è nata dal desiderio di raccontare ai nostri lettori la sua esperienza professionale in Cartier, come è iniziata e come si è sviluppata...

Nove anni fa mi sono recato in Giappone, dopo aver conseguito un Master in International Business e a-vendo sempre sognato di andare a lavorare in Giappone, perché intimamente convinto che si potesse integrare nel nostro modo di pensare occidentale, molto individualista, una parte della grande capacità giapponese a lavorare in gruppo. Quindi a ventidue anni mi sono recato lì, avendo nel cuore il desiderio di fare un lavoro internazionale, confrontandomi con diverse popolazioni, parlando diverse lingue (avevo studiato un po' il giapponese all'università). Per il lavoro che cercavo, in Giappone, ho voluto mirare alla vendita, che per me è una cosa essenziale (penso di essere sempre stato venditore nell'anima), di pietre preziose, di petrolio o di aerei. Questo in fondo è stato il mio desiderio fino dall'età di diciassette anni: fare vendita ad altissimo livello (a diciassette anni ci si monta un po' la testa...).
Perciò da solo, con 500.000 lire in tasca (quanto poteva bastarmi per vivere alcuni giorni) ho iniziato a cercare, mirando a queste tipologie di aziende: ho inviato 66 curricula a diverse ditte ed ho avuto 13 colloqui e 7 offerte di lavoro, tra le quali una che era apparentemente molto diversa dalle altre, ma a ben vedere la più accattivante. Cartier mi proponeva di partire come venditore, dietro il banco (fare la gavetta) della boutique di Ginza, (la più grande strada di Tokyo, n.d.r.) che stava per essere aperta e che doveva diventare in futuro una delle più grandi boutique Cartier nel mondo. L'ho valutata come la proposta più interessante, perché sono intimamente convinto che se si vuol lavorare nel mondo del lusso bisogna capire il cliente finale e le sue esigenze, vivendo la sua realtà sul fronte: è importante comprendere e far sognare questo cliente, saperlo sorprendere, saperlo emozionare.
Dopo questa decisione, tutto poi si è svolto molto velocemente, perché da venditore nella boutique di Ginza, che oggi è la seconda boutique al mondo, a ventitre anni ho avuto poi la possibilità di diventare direttore di un negozio Cartier all'interno di un department store (grande centro commerciale, n.d.r.), sempre a Tokyo, che era una città nella città, perché all'epoca all'interno di questo centro c'erano 30.700 venditori. Lì ho scoperto una realtà molto diversa, quella dei department store, dove il business si fa attraverso questi rappresentanti, i quali hanno fra i 150 e i 450 clienti privati ciascuno, che seguono personalmente a casa loro, per vendergli tutto quello che fornisce il department store: dal riso all'anello Car-tier per la figlia che si sposa. Ho capito, quindi, che per sviluppare questo negozio dovevo diventare amico del team di 50 rappresentanti del department store: "farmi benvolere" da loro e farmi portare dai clienti finali, con la borsa piena di prodotti Cartier, per scoprire la realtà giapponese e vendere io stesso Cartier, facendolo scegliere rispetto ad altri marchi del department store.
Questa esperienza è stata bellissima.
In tolale ho passato cinque anni in Giappone, facendo di tutto, dalla gavetta dietro il banco, partecipando allo sviluppo di un piccolo negozio, alla vicedirezione e finalmente alla direzione della boutique Cartier di Ginza.
Dopo questi cinque anni, ho avuto una fase di distacco personale da Cartier. Non ho dato le dimissioni, ma l'azienda mi ha dato la possibilità ed il tempo di realizzare un progetto cui tenevo molto.

Ci può raccontare di cosa si trattava?

Già durante la mia permanenza in Giappone avevo fondato una piccola associazione per aiutare i bambini orfani della Cambogia, raccogliendo fondi attraverso l'organizzazione di manifestazioni in Giappone, naturalmente a spese mie e dei membri dell'associazione, garantendo l'efficacia del nostro intervento, perché portavo io personalmente i fondi in Cam-bogia, nelle mani di persone di mia conoscenza, assolutamente affidabili, che si occupano dei bimbi. Una piccola associazione, durata tre anni, che ha permesso il raddoppiamento della struttura di una scuola per bambini ciechi. Così ogni weekend, o quando avevo una vacanza, andavo in Cambogia a portare questo denaro.
Attraverso il lavoro per questa associazione, ho poi incontrato mia moglie ed insieme abbiamo deciso di andare a vivere la realtà dei bambini meno fortunati "sul campo". Abbiamo viaggiato per sette mesi e siamo stati ad Haiti, il paese più povero dell'altro emisfero, per diverso tempo, a fare volontariato. Questa è stata la mia piccola parentesi, una cosa che avevo veramente a cuore, e devo dire che ho molto apprezzato l'atteggiamento dei dirigenti Cartier, che mi hanno permesso di fare questa esperienza, apprezzando tantissimo il desiderio di sviluppare un progetto così personale.
Dopo sette mesi, mia moglie era al settimo mese di gravidanza e quindi siamo ritornati in Europa. Allora Cartier mi ha offerto la direzione delle boutique svizzere. Questo era un ulteriore step professionale molto importante per me, perché mi permetteva di conoscere un altro tipo di clientela.
Orientato fin dall'inizio verso il cliente finale, avevo conosciuto l'atteggiamento disinvolto dei Giapponesi verso i beni di lusso ed ora mi sarei cimentato invece con una clientela molto preparata come quella svizzera. Per me erano esattamente i due estremi del mercato: i grandi consumatori giapponesi ed i preparati collezionisti svizzeri.

E la sua esperienza in Italia quando è cominciata?

Nel giugno '98, quando ho assunto la direzione dei negozi Cartier in Italia, che ho seguito per due anni, fino all'anno scorso, quando sono passato alla direzione generale della marca.

A questo proposito, sicuramente i nostri lettori si chiederanno quali siano le funzioni di un direttore generale di marca, quali sono i suoi più stretti collaboratori, quali sono i campi su cui agisce maggiormente...

I campi su cui agisco sono principalmente tutte le funzioni commerciali, dalla strategia di distribuzione alla diffusione nei negozi... Abbiamo sedici boutique monomarca in
Italia (che si apprestano a diventare diciassette), che vendono tutti i prodotti Cartier, dalla gioielleria alla pelletteria, e parallelamente esiste una rete di concessionari: 160 negozi per l'orologeria, 200 circa per la pelletteria, 800 profumerie per l'eau de parfum. Quindi mi occupo della strategia commerciale e della strategia di diffusione del marchio in Italia, parallelamente al marketing e alla comunicazione.

Abbiamo notato dei cambiamenti nell'immagine Cartier, che mostra ora con orgoglio l'impiego di movimenti forniti da Case di alta orologeria, come la Girard-Perregaux.
Questo indica forse un desiderio di tornare un po' al passato, dimenticare il periodo in cui si parlava solo di movimenti Cartier e si voleva in qualche modo far affermare la Casa come manifattura a 360°?

Abbiamo sempre indicato la provenienza dei movimenti, fa parte della cultura e della tradizione storica di Cartier di chiamare altri collaboratori e altre manifatture di alta orologeria a collaborare insieme e sviluppare movimenti. Quindi o il movimento è originale, e questo lo abbiamo sempre fatto dal 1907, o è derivato da calibri di altre manifatture. Questo spirito di collaborazione con altre Case di alta orologeria per sviluppare insieme dei prodotti è sempre più forte, ma parte comunque da un nostro input, per realizzare dei movimenti di derivazione che possano essere indicati come calibri Cartier, alla fine. Quindi, ripeto, orientando noi le modifiche da fare sul movimento: questo è il movimento Car-tier. Là dove il movimento è originale non c'è niente da nascondere, lo dichiariamo. Non penso, e ne sono sicuro, che ci sarà mai un passo indietro nella storia del marchio. Cartier va avanti e non guarda al passato, ma al futuro, e non penso che questa sia una filosofia nata oggi: è un processo di continuità.

Si potrebbe dire che Cartier è un marchio che fa da ponte tra l'alta orologeria e l'alta gioielleria?

Sì. Penso che la Collection Privée Cartier Paris simboleggi l'unione costruttiva tra forme e movimenti, che caratterizza l'orologeria Cartier. Anche se Cartier ha fatto comunque un genere nuovo. Se dal 1853 troviamo tracce di movimenti di alto livello e troviamo nella storia di Cartier partnership con altre manifatture, vuol dire che nella storia della Maison c'è sempre stata questa capacità e necessità di essere inventivi, creatori, non solo a livello estetico ed artistico, ma anche a livello tecnico.

Le recenti acquisizioni da parte di Richemont di nuovi marchi di orologeria (Lange, Jaeger-Le Coultre ed Iwc) aprono ancora ulteriori strade adesso...

Certamente.

Ci saranno nuovamente orologi Cartier con movimenti Jaeger-LeCoultre?

Ci saranno effettivamente nuove strade. E questa è una possibilità e una forza in più per il marchio Cartier.